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Disclaimer: la presente narrazione tratta di un’esperienza assolutamente personale, per un periodo molto limitato e senza probabilmente la dovuta preparazione in ingresso. Per questo, i toni ironici vanno presi per tali, e non con accezione offensiva nei confronti di chiunque creda fortemente nei valori che afferiscono al  mondo descritto in questa breve narrazione.

 

La verità è che avevo voglia di iniziare l’anno con una risoluzione, non con un proposito. Per questo ho deciso di rinchiudermi per qualche giorno – tre, per l’esattezza: sì, va bene, di certo non abbastanza – in un centro di meditazione fuori Chiang Mai, nel nord della Thailandia.

Altre motivazioni concorrenti alla decisione sono state: il desiderio di provare a capire meglio il modo di ragionare dei thai, con cui convivo volente o nolente da ormai un anno; una qualche flebile speranza di provare a capire meglio me stesso, con cui convivo volente o nolente da ormai 32 anni.

Non sono solo, nel centro Chom Thong. Con me, ci sono circa altri centocinquanta tra meditatori, monaci e istruttori – stimo, perché nessuno ha saputo rispondere alla mia domanda a riguardo con termini più precisi di “molti” o “siamo al completo” – e tra gli altri meditatori c’è anche la mia ragazza.

Ora, non sono ancora del tutto convinto che venire in un centro di meditazione, dove per definizione lo scopo è, appunto, meditare – da soli, s’intende – con la propria ragazza, che perdipiù non vedi così di frequente durante il resto dell’anno, sia una cosa sensata. Ma in effetti è un’esperienza forte, e la somma di esperienze forti separate ma contemporanee ci ha fatto propendere per immolare giorni di potenziale risciacquo delle palle in paradisi tropicali low-cost per una tre-giorni di sveglie antecedenti all’alba e quasi-digiuno. Valle a capire tu, le coppie del XXI secolo.

Arriviamo al tempio dopo un’ora e mezza abbondante di un folkloristico bus thailandese, di quelli talmente brutti e scassati da farti subito simpatia.

Al momento del varco della soglia del tempio, i miei precedenti con la meditazione sono riassumibili in una mezza dozzina di munti mattutini pre-doccia per un paio di settimane tra ottobre e novembre, più la consultazione last-minute in autobus della relativa pagina Wikipedia. Meditazione, per me, in sostanza finora significa sostanzialmente chiudere gli occhi con le gambe incrociate e tentare di visualizzare l’agenda della giornata lavorativa prima che me la palesi Outlook.

Ad accogliermi al centro c’è Zanko, un bulgaro con cui stabilisco subito una buona empatia perché ricorda – nel nome e nei modi – lo Zangief di Street Fighter.

È lui che mi sequestra il passaporto e mi apre le porte del Grande Ripostiglio dove posso pescare a piene mani pantaloni e magliette del colore che preferisco, tra tutte quelle bianche a disposizione.

Zanko non è molto loquace, né quando gli chiedo del suo passato – ha conosciuto il suo insegnante di meditazione in Germania, e questo è davvero tutto quello che c’è da sapere – né quando provo a sondare le sue ambizioni per il futuro – “chissà, vedremo”. Scoprirò solo in seguito che tutto questo è assolutamente coerente al suo ruolo, nonché al genius loci.

Insieme a Zanko ci sono Stephanie, una graziosa donna tedesca dai lineamenti più parigini che asburgici, Manfred, la persona dietro l’indirizzo email con cui ho trattato per iscrivermi a questo centro, e Alejandro, un buffo messicano la cui forma della testa pare sia stata sagomata da un ora-non-più-presente sombrero. Anche di lui non riesco inizialmente a carpire più del fatto che è lì da tre mesi (eppure simpatico, davvero!).

Zanko mi accompagna alla mia stanza. Ero stato inizialmente riservato a un’abitazione condivisa, nella parte “internazionale” del centro, ma il sovraffollamento dell’alta stagione (ma l’umanità non era tutta all’Aquafan di Riccione o a Koh Phangan per il Full Moon Party, fino a qualche minuto fa?) ha fatto sì che siano stati costretti a spostarmi in una residenza singola (Kuta, come la chiamano qui) nel settore thai. Interpreto il segnale come un buon auspicio, l’equivalente di un upgrade dall’Economy alla Business per overbooking.

Le similitudini, però, finiscono qui.

La villetta consta di venti metri quadri, quindici dei quali calpestabili, incluso un terrazzino vista laghetto, come fieramente annunciato da Zanko alla voce “amenità”. La serratura è composta da un grosso lucchetto che chiude la parte esterna, di legno, mentre una seconda porta interna, in metallo e composta da una griglia a maglie molto fitte, protegge dall’attacco delle zanzare – siamo pur sempre a un passo dal più grande parco naturale tra Thailandia e Myanmar. Purtroppo, la griglia si rivelerà durante il soggiorno (attenzione: Spoiler) più efficiente nel ruolo di barriera all’uscita piuttosto che all’entrata per i piccoli, simpatici animaletti. Scoprirò a mie spese che la colonia già presente in dotazione all’interno dell’appartamento è ben nutrita.

Oltre alle zanzare, l’abitazione è dotata di una toilette privata senza sciacquone, una doccia – l’acqua calda non è contemplata – e un ventilatore non molto gettonato negli ultimi tempi, a giudicare dalle copiose ragnatele che pendono dalle sue pale. Completa l’arredamento una cassapanca di un metro per due con uno stuoino dello spessore di quattro centimetri che, ne deduco, assurgerà al ruolo di letto. Il “materasso” ha la pregevole e rara qualità di rendere ogni urto sulla sua superficie completamente anelastico: lancio il portafoglio e stac! Come un magnete al frigo. Poi il cellulare – già da qualche minuto in modalità fly-mode e stuff! Stessa sorte.

Ho inoltre a disposizione anche un porta-oggetti rosso, attaccato a una delle tre finestre – quella senza alveare – e un calendario che raffigura il re Bhumibol nel fiore dei suoi anni, ritratto con una splendida camicetta camouflage che rappresenta il profilo di templi thai, berrettino blu con visiera reale e occhiali da sole nello stile dell’epoca, oggi noto come Telefunken. Il calendario è fermo al luglio 2015 (2558 per i thai). Le altre pagine sono strappate.

Neanche il tempo di ambientarmi che è già ora del briefing sulle norme comportamentali. I novizi oggi sono tre: oltre a noi c’è una lesbica spagnola che ricalca perfettamente il cliché delle lesbiche spagnole – anellino al naso, zaino da backpacker, capello non curato e indignazione perché l’anno scorso la sua insegnante aveva provato a convertirla al buddhismo. Il briefing si tiene nella sala adiacente al salone-libreria dove Stephanie ci fa qualche domanda generica su di noi e sul come e perché siamo finiti lì dentro. Mentre attendiamo l’arrivo di Manfred, colgo l’occasione per leggere alcuni fogli sparsi sul tavolo del salone. In uno si fa riferimento alla proibizione di leggere, con l’eccezione di alcuni testi sacri che l’insegnante può assegnare al meditatore. In tal caso, però, bisogna fare attenzione a maneggiare il testo con cura, tenerlo lontano dalla cucina e non leggerlo mentre si fanno altre attività, o in bagno. Mi chiedo cosa sarebbe stato della mia laurea – e del mio diploma – se il divieto fosse valso anche in contesto scolastico e universitario.

Qualche minuto dopo, Stephanie ci istruisce sui concetti base, a partire dagli otto precetti buddhisti – oddio, non vorrà mica convertirci anche lei? Congiura!

Il primo precetto dice di astenersi dall’uccidere creature viventi. “Il che include anche le zanzare” ammonisce subito Stephanie anticipando qualsiasi nostra possibile domanda specista. È un precetto che apprezzo: almeno si superano quelle posizioni animaliste insostenibili che classificano gli esseri viventi in base al loro grado di antropomorfizzazione. Vecchie megere che si indignano per i massacri delle foche in Groenlandia e poi intimano al marito di uccidere sull’istante “quello schifo a otto zampe”, pena il divorzio immediato.

Il secondo precetto consiglia di astenersi dal furto, un invito piuttosto caldeggiato anche dalle altri grande religioni, nonché da svariati codici costituzionali mondiali. “O dal prendere ciò che non è stato dato”, specifica Manfred con fare da saputello delle pubblicità Clementoni. Il riferimento, qui, è al “dana”, il principio del dono buddhista secondo cui i monaci possono usufruire solo di quanto sia stato loro offerto. Chiunque offra qualcosa a un monaco guadagna d’altronde dei “meriti”, una sorta di terza via esotica all’indulgenza cristiana.

Il terzo precetto è attenersi a un comportamento casto, evitando ogni attività sessuale. “Non ci si tocca tra meditatori, e non ci si tocca neanche da soli”, esplicita meglio Stephanie.

Il quarto precetto invita a evitare di parlare in modo duro, rude, che possa ferire, inutile o falso. Un precetto che estenderei volentieri ad altri campi di applicazione, fuori dal convento.

Il quinto previene dall’utilizzo di alcol, droghe o altre sostanze intossicanti. Il sesto implica il digiuno pomeridiano: in altre parole, non si può ingurgitare cibo solido dopo mezzogiorno. Sono ammessi succhi, a patto che non contengano polpa solida, latte di soia, acqua più, per qualche motivo non meglio precisato (un errore di trascrizione dai testi sacri?) cioccolato puro.

Il settimo invita ad astenersi dal cantare, ballare, divertirsi, usare ornamenti o decorazioni, profumi e cosmetici, e più latamente tutto quello che sia teso a “rendersi più belli”. L’ottavo, infine, inibisce l’utilizzo di sedute o letti larghi o lussuosi: un precetto che ci risulterà piuttosto semplice seguire, immagino, durante il nostro soggiorno.

Il tema base su cui si impernia il concetto di meditazione è quello della mindfulness, un termine che google mi traduce come “attenzione cosciente” in un’approssimazione che mi pare perda qualcosa di sostanziale. Si tratta di vivere il momento, non nel senso del carpe diem epicureo ma della pienezza di coscienza di qualsiasi azione si stia compiendo. Il che va in senso sostanzialmente contrario a quanto il Turbocapitalismo ci abbia esercitato a fare, nell’era dove la selezione darwiniana è data dalla propensione al multitasking. Una mutazione genetica di cui, peraltro, mi sento fiero esponente, non foss’altro per usarla come scusa quanto riesco male in ciascuna delle cose che faccio.

Bisogna ripartire dalla lentezza, quindi. Stephanie ci introduce pertanto lentamente alle quattro posizioni fondamentali del nostro corpo, così come riconosciute da Siddharta Gautama, per gli amici Buddha: seduto, in piedi, sdraiato, in cammino. Sulla base di queste quattro posizioni vengono installati i primi tre esercizi che ci vengono richiesti: la “mindful prostration”, la camminata e la seduta – entrambe, altrettanto mindful. Dovremo esercitarci a farli tutti e tre in sequenza, e senza soluzione di continuità, durante le nostre sedute di meditazione. Si inizia con sessioni da 10’ ciascuna per esercizio, e si va salendo. La prostrazione è la più semplice: ginocchia per terra, le mani a coprire le cosce, in direzione del Buddha. Poi si tratta di muovere busto e mani cercando di isolare ogni singolo movimento, “accorgersi” che lo stiamo facendo, e ripetersi in testa, a ritmo, che lo stiamo facendo. Segue la camminata, che è un atto lentissimo, scomposto in microattività a livello di frammentazione crescente, più passa il tempo e si “diventa bravi”. A volte, tra un esercizio e l’altro, anche se dovrei concentrarmi su quello che sto facendo e solo quello, mi capita di guardare gli altri miei compagni meditatori, e di uscire da me, guardando il tutto con un occhio esterno. Le figure che vedo muoversi nella grande moviola davanti a me mi sembrano sospesi in quella zona grigia tra l’eleganza del tai-chi e la demenza senile tipica della casa di riposo.

Sembriamo fantasmi, ecco cosa: così di bianco vestiti, poi. Di certo siamo tutti rallentati. E quindi forse anche più consapevoli.

Siamo liberi di praticare dove meglio crediamo: il suggerimento è quello di alternare momenti privati nelle nostre stanze a quelli “pubblici” nelle numerose meditation hall di cui il centro è punteggiato.

L’esercizio che soffro di più, però, è quello finale. La seduta.

Ancora ancora sia la prostrazione che la camminata mi sembrano contenere del senso: andare da qualche parte, girare su noi stessi, tornare indietro. Certo, il punto qui non è tanto farlo “più veloce”, ogni volta, ma farlo “meglio”. È un processo a cui mi ero disabituato, ma comunque vi intravedo una certa linearità, o circolarità, se vogliamo. Ma stare lì, fermi, per dieci, quindici, fino a venti-venticinque minuti, senza muoversi di un millimetro, in una posizione peraltro che per me, che ho i tendini corti e per questo i miei compagni mi scherzavano dai tempi dello stretching nell’ora di ginnastica alle medie, è la cosa più vicina al martirio che abbia mai sperimentato – beh, questo è davvero troppo.

Durante la seduta, l’obiettivo è quello di concentrarsi sull’abbassarsi e l’alzarsi dell’addome ad ogni respiro. Se siamo distratti da altro, dobbiamo accorgercene, riconoscere la fonte del fastidio, insieme col senso che l’ha generato, e poi “lasciarlo andare”. Ecco forse la prima cosa che capisco del modo di ragionare dei thai: viene da qui probabilmente la loro attitudine al “mai pen rai”, il “non importa” che applicano anche alle cose che a noi appaiono gravissime. Vuol dire questo vivere nel presente?

Provo a esercitarmi. Fruscio tra le frasche, sentito – via! Dolorino alla caviglia destra, avvertito – via! Ranatoro che gracchia nello stagno, sentita – via! Dolore più insistente alla caviglia destra, sentito – ma non via per un cazzo!

Nel mio caso, devo ammettere che raramente le distrazioni provengono dall’esterno. Ben più di frequente, arrivano da dentro di me. Lo sforzo massimo è profuso nell’imbrigliare i miei pensieri, evitare che vadano a spasso per i ricordi del passato o si scaraventino nella pianificazione del futuro, piuttosto che si perdano in una qualche realtà parallela dove collocare le mie immaginazioni.

Tollero piuttosto bene invece la regola del “Nobile Silenzio”: abbiamo comunque una volta al giorno un momento di check col nostro insegnante – Edward, un canadese che vive qui due o tre mesi all’anno con la moglie, e non ha per nulla un’aria ascetica – e a ogni modo nelle giornate di voli intercontinentali devo ammettere che mi trovo spesso a scambiare molte meno parole di quelle che ci si scambia qui. La regola più fastidiosa finora è quella non citata direttamente nei precetti, e che parla proprio dello scrivere. Si tramanda per via orale, e difatti è Zanko a comunicarmela, in seguito a una mia domanda esplicita: “Posso scrivere?”. “Non c’è bisogno di scrivere”, mi risponde, smontando in un’unica frase le convinzioni su cui ho basato gli ultimi venticinque anni della mia vita.

Non è un caso che sia la prima regola che contravvengo.

Quando medito, in realtà non medito. Penso. Alle cose spicciole, certo. Alla pastasciutta con i muscoli di mia nonna, alla montagna di mail che troverò al mio rientro lavorativo, al prossimo volo di cui devo fare ancora il check-in, cazzo! (oh no! Seconda regola infranta). Alla mia famiglia, a come sarà in ansia mia mamma perché non può sentirmi e nemmeno vedere il mio ultimo accesso su Whatsapp – non si può piangere durante la meditazione, e avere gli occhi chiusi non vale come scusa. Alla mia ragazza, che è di là a poche decine di metri ma con cui non posso interagire. Ci vediamo pochi minuti al giorno, e siamo “osservati speciali”. Non possiamo parlarci. Ma lei può sorridermi, e quei secondi lì li voglio riconoscere e fissare, altro che lasciare andare. Penso al calciomercato dello Spezia, e al fatto che se quando uscirò di qui Pietrino Fusco avrà regalato un esterno di centrocampo decente a Di Carlo, avrà sicuramente avuto un senso anche questa mia permanenza. Penso a Nick e a Fra, che sono venuti a trovarmi e se ne sono andati che mi hanno ritrovato. Penso alle mie azioni in borsa, e a come sono stato coglione a non fissare uno stop-loss prima di partire per le vacanze. Penso ai Mitilanti, a quanta creatività inespressa ancora conteniamo, a quanti esperimenti linguistico-alcolici ci aspettano. Penso al mio romanzo, a quanto vorrei procedere più velocemente, a quanto lo avverto come il mio vero esame di maturità, tre lustri – ops, quindici anni, come mi correggere il mio editor – dopo. Penso al tabù della morte, a come fatichi a superarlo, altro che buddhismo. Penso ai miei colleghi di lavoro, nei loro uffici condizionati già tornati a fatturare. Al fatto che non starò qui che pochi giorni, con uno zaino sostanzialmente vuoto, e consumando il minimo indispensabile – ma non mi sento certo San Francesco.

Ma c’è una cosa a cui penso più di ogni altra. Ed è quello che scriverò – quello che sto scrivendo, ora – non appena uscirò di qui, o non appena contravverrò la regola. Si può dire che l’ottanta per cento dei pensieri sia in funzione di quello che vorrei appuntarmi, ma non posso. Rivedo l’attacco di questo pezzo dieci volte all’ora, m’immagino una struttura prima cronologica, poi per personaggi, infine per principi. Infarcisco i miei ragionamenti di riferimenti culturali e religiosi, accampo paragoni e parallelismi che scompaiono puntualmente al primo passo poggiato male, interrompo cantilene mentali per formulare categorie nuove di cui credo il mondo abbia bisogno per comprendere un po’ di più. Immagino che questo significhi che, dal punto di vista della meditazione, ho fallito miseramente. Ma consapevolmente, almeno. Consapevolmente.

Prima di entrare, avevo certe aspettative. Non ho mai pensato che quello che sarebbe uscito di qui sarebbe stato un uomo migliore. Speravo solo di riuscire a decifrare un nuovo pezzo di me stesso. Ma avevo anche altre aspettative, certo. Mi ero anche preparato con una certa minuzia di dettagli all’impresa: per potenziare il senso di igiene mentale che collegavo a questo periodo, mi ero rasato anche completamente i capelli (macchinetta settata a 0,2 cm). Speravo dunque di ripulirmi, certo, ma anche di imparare ad esempio a saper aspettare. A non sbuffare se trovo quattro persone davanti a me in una coda qualsiasi, a non cedere al riflesso condizionato di estrarre il cellulare per annientare ogni tempo morto. E, magari, quello sì, speravo di riuscire a dare struttura ulteriore ai pensieri di lungo periodo, quelli di cui Nicholas Carr ci ha tutti convinti di non essere più in grado di formulare, nell’era delle risposte semplici online. Non sono uno di quegli sciroccati che è venuto in Thailandia a farsi suggestionare dalla prima teoria filosofico-religiosa che passa. E quegli sciroccati che reputo tali forse non sono nemmeno sciroccati come penso. Eppure, non sono neanche totalmente impermeabile al contesto. E vorrei proprio capirlo, il contesto. Il primo giorno che ho messo piede in questo Paese ho pensato di aver subito capito tutto. Poi ho parlato con la gente, ho provato a superare la prima patina di superficie. E ho capito che non avevo capito nulla. E, anzi, ho pensato che non avrei mai capito nulla. Che le persone con cui avevo a che fare erano la cosa che sulla faccia della terra sarebbero risultate il più vicino possibile al concetto di “alieni”. Un anno dopo, l’epiteto che uso per rivolgermi a loro, in gran segreto, quando non mi sentono o sono sicuro che non mi possono capire, è ancora lo stesso: “alieni”. Entrare più a fondo nella loro filosofia spero mi dia un paio di chiavi fondamentali per aprire la serratura di quest’immensa area 51 a forma di Siam.

Non sono venuto qui per correggere nulla di me in particolare. Le cose di me che non vanno ho la pretesa e l’arroganza di saperle tutte. Un po’ per la mia naturale tendenza all’autoanalisi, un po’ per la clemenza di qualche anima pia che me le ha fatte notare – spesso urlando. Se non le ho corrette non è per mancanza di voglia, ma perché evidentemente le reputavo tollerabili. Lo so che questo non mi renderà simpatico ai vostri occhi. Ma non voglio risultare simpatico ai vostri occhi. Voglio prima risultare sincero ai miei.

L’agenda che dobbiamo seguire giornalmente è invariabilmente la stessa: sveglia alle 4, due ore di meditazione, alle 6 colazione – una sbobba di riso o maccheroni scotti in una ciotola di zuppa coperta di erba cipollina, copioso zucchero di canna e salsa piccante, più una banana e un bric da 150 ml di latte di soia – poi dalle 7 alle 11 ancora meditazione, alle 11 pranzo – con una discreta varietà di soluzioni vegetariane e non – e dalle 12 alle 22 il lungo pomeriggio per la meditazione finale. Gli insegnanti verificano quotidianamente i progressi dei meditatori con sessioni di una mezz’ora circa: si discute della precisione dei gesti, delle proprie difficoltà nella concentrazione, e c’è anche una sorta di momento di confronto con domande e risposte bilaterali. Non si parla spesso di religione, ma la religione permea comunque l’atmosfera come il liscio riempie le sagre di paese.

Alle 22, luci spente ovunque e si rinizia il giro.

Il primo giorno, essendo sabato, abbiamo subito potuto giovare di un eccitante fuori-programma: il Sangha, il canto dell’assemblea riunita. Manfred ci dà appuntamento in libreria per le 18,15, nei minuti in cui la moneta rossa del sole si sta spegnendo sull’orizzonte della giungla. Insieme, ci incamminiamo verso il tempio. Alla fase finale dell’assemblea parteciperà anche Thong in persona, il monaco oggi 92enne cui il complesso del wat deve il nome e che appare infatti in diversi ritratti e amuleti in vendita nella zona.

Ci sediamo sui tappetini disposti ortogonalmente: non saranno più di cento, ma il colpo d’occhio è già notevole. Nelle file centrale siedono i monaci, distinguibili per la tipica tunica terra di siena, mentre i novizi e noi meditatori possiamo occupare le corsie laterali. Gli uomini siedono davanti, le donne dietro. Posso avvertire il fastidio per quest’ennesima discriminazione religiosa proveniente dalla mia ragazza travalicare la storia dei grandi monoteismi per venire a sedersi di fianco a me. I canti sono principalmente in Pali, la lingua originale in cui la parola del Buddha è stata trascritta, con l’aggiunta di alcuni passaggi in thai. Manfred mi allunga un quadernone fotocopiato con i testi e la traduzione in inglese a fronte. Il Pali nella traslitterazione scelta risulta sorprendentemente leggibile, una volta capiti alcuni accorgimenti lessicali. Le “v” si leggono “w”, la “c” è sempre dolce e si può prendere fiato (il ritmo è piuttosto serrato) sulle vocali con accento piano, che vanno lette più lunghe. Leggiamo sabbha per due ore  quasi comincio a memorizzare i passaggi più ricorrenti. Alla fine del canto giriamo attorno a una statua del Buddha incorniciato da un naga a tredici teste, alla maniera del periodo Lanna. Qualcuno mi passa un candelotto di incensi e un bouquet di fiori che appoggio sotto la statua, poi possiamo bere del succo di taro. Fuori si forma un capannello di persone, e scopriamo che altre due sono italiane. Uno è un romano che può permettersi come mestiere di “viaggiare” grazie ad alcune rendite di posizione rese possibili dal mercato immobiliare capitolino. Attacca pezzi con pretese ascetiche a chiunque per raccontare con minuzia di dettagli la portata della sua impresa nel suo soggiorno di ventuno – ventuno! – giorni lì, e di quanto si sia lasciato indietro la rabbia con cui era arrivato tanto da risultare ora perfino immune alle punture di zanzara. L’altra è un’avvocatessa marchigiana con cui non avrei voglia di discutere anche perché sono già piuttosto calato nella parte del Nobile Silente, ma con cui le circostanze e un minimo di residuo galateo occidentale mi impongono di interagire. Le chiedo qual è il suo obiettivo e lei mi domanda di specificare: “nella vita o qui?”. Le rispondo che al momento mi basta fermarmi alla fattispecie. Lei si butta in un monologo che starei anche sinceramente a sentire non fosse che fuori è freddo – un evento a cui non si è mai preparati, da europei, in Thailandia – devo ancora meditare prima di andare a letto e insomma, se dio vuole comunque entro i tre minuti lei chiosa: “cerco la felicità”. Me ne rallegro, registro la sua ambizione, la lascio andare; registro la mia allegria, la lascio andare.

È come un grande carrello per diapositive la mia memoria da meditatore.

Solo un dubbio non riesco a mandar via: che cazzo mi avrebbe risposto, se le avessi chiesto “nella vita”?

Ritorniamo nelle nostre umili dimore. Dormo sei ore, e sono sei ore filate. La stanchezza fisica è marginale, quella mentale un forcipe sulle tempie che allenta la morsa solo alle prime carezze di Morfeo.

Ho una coperta di micropile cui aggiungo una di ciniglia. L’escursione termica notturna è severa, ma ciò non impedisce alle zanzare di continuare a ronzare. Il lago adiacente la mia abitazione è un incubatore a getto continuo: sarebbe una palude da bonificare, penso. Poi devo rigettare il pensiero. Ma me ne sorgono altri, confesso. Sono pensieri brutti. Averli, credo faccia di me una brutta persona.

Il primo pensiero brutto è che tutti questi individui – i monaci, i meditatori, gli insegnanti: tutti – non stanno facendo certo niente di male al mondo, ma nemmeno niente di bene. Il mio spirito fondamentalmente positivista mi spinge a pensare che ciò che ci rende uomini, distinguendoci così dagli animali, è la spinta a migliorare. Noi stessi e la realtà che ci circonda. È una tensione evolutiva che pure il capitalismo, pur con tutte le sue inesattezze, le sue storture, le schizofrenie, la mancanza di ideali e di pietà, pure il capitalismo accetta e asseconda.

Non potrebbe esister un mondo di soli monaci, perché nessuno avrebbe a disposizione quel “di più” da cui essi stessi dipendono. Il genere umano si estinguerebbe in una sola generazione, otto precetti alla mano. A chi dice che sarebbe un bene per il pianeta terra rispondo: venite a vedere le Cinque Terre. Poi ne riparliamo.

Il mondo dei monaci non è un mondo autosufficiente, dunque. Potrebbe esistere un mondo di soli idraulici, invece? Probabilmente no, mi dico. Metà idraulici e metà panettieri? Nemmeno, ma almeno andremmo incontro all’estinzione con i rubinetti in ordine e le baguette sempre calde. Questo è il primo brutto pensiero.

Il secondo è ben peggio. Penso alla reincarnazione come la vedono i buddhisti. Alla scala di valori, allo scarafaggio che sta sotto al topo, prima dell’elefante eccetera eccetera. Ecco, il pensiero che ho sempre fatto io al riguardo è: cazzo che merda reincarnarsi in una carpa. La vedo lì, nel laghetto, bella gonfia di insetti – a lei è concesso ammazzarli, tanto è una carpa – che nuota in una dozzina di centimetri di acqua fetida. Non uscirà mai di lì. Forse non gli interessa neanche: ha tutto quello di cui necessita lì, d’altronde. Zanzare, acqua e escherichia coli da filtrare in abbondanza dalle latrine di tutti i monaci, le cui eiezioni forse non saranno nutrientissime ma nemmeno difficili da sciogliere, con il gran quantitativo di succhi ingeriti nei lunghi pomeriggi. La cosa più eccitante che possa capitare nella vita di queste carpe è che gli cada un tronco di palmizio addosso, come pare sia già successo in questo laghetto, peraltro. Per il resto, lo stesso fondale, la stessa famiglia di zanzare, di cui sterminare generazioni su generazioni, le stesse rane-toro che si corteggiano tutta la notte, a ripetizione, fino all’ultimo giorno. Che merda reincarnarsi in una vita così, ribadisco mentalmente. Ma, ed ecco che arriva infine il brutto pensiero: cosa cambia dalla vita di un monaco? Togliete il laghetto e sostituitegli il tempio, poi cosa cambia, ditemi? Con quell’agenda fissa, ripetitiva, già segnata, i giorni tutti uguali, e neanche un po’ di Black Sabbath da canticchiare sotto la doccia (fredda)? La serenità? La pace dei sensi? È questo il punto, quello che mi sto perdendo? E cosa ne sappiamo noi però della felicità della carpa? Non la vediamo sorridere sotto i baffi, ma come possiamo assumere che non abbia già raggiunto il suo personalissimo Nibbana?

È una cosa che mi fa deragliare in un altro gioco, con altre regole dialettiche: non posso più dire “che merda reincarnarsi in una carpa” perché la vita della carpa è essenzialmente equivalente a quella del monaco! È questo che fa di me un buddhista, già? Pensare alla parità di tutte le anime? Ma pensarlo con ribrezzo, vedere il tutto come un grande compromesso, un gioco al ribasso, al piccolo cabotaggio, cosa fa di me? Semplicemente un uomo di merda?

Vorrei chiederlo al monaco che sta di fronte alla mia residenza. È un occidentale, sembra australiano. Non che gli australiani abbiano lineamenti riconoscibili, per la verità, sono una grandissima accozzaglia di gente mischiata a caso in nome di stipendi alti, welfare state e pessimo cibo, ma nella mia testa me lo sono immaginato così. È un tipo singolare. Sulla quarantina, faccia evidentemente da ex-marinaio, probabilmente ex tombeur de femmes, fuma Gauloises e già questo è un punto a favore. Non che io fumi Gauloises, ben inteso. Ma è l’ammissione di un vizio a renderlo umano, a rivelare una falla del sistema predisposto alla monotonia.

Purtroppo, esiste una regola per cui non posso parlare ai monaci, ma solo portargli rispetto. E portargli rispetto significa una serie di cose, tra cui l’inibizione a chiedergli: “Scusa, è vero che sei un ex-marinaio australiano donnaiolo pentito e convertito?”. Sono le regole del gioco, e io sono qui solo per tre giorni, e voglio giocare fino in fondo. Per cui, non saprò mai nulla della vita di questo monaco forse ex-galeotto che adesso sta qui, sulla riva di un laghetto di carpe nella provincia di Chiang Mai, dopo che nella vita avrà domato chissà quali fortunali nel golfo di Biscagna masticando tabacco e bestemmiando gli dei di tre o quattro religioni contemporaneamente. E chissà se è passato anche lui per queste cazzate dei passetti, se era vestito anche lui da fantasma formaggino e vagava col piede sospeso a mezz’aria per settimane alla velocità di un bradipo narcotizzato. Probabile, ma ora come ora non riesco proprio a vedermelo.

Il secondo giorno si rinnova quella che per me, che sono il più grande creatore di mini-routine usa-e-getta al mondo, è già una rasserenante certezza. La sveglia alle 4, gira-la-manopola per abbassare le tapparelle, bere, meditare, la colazione due ore dopo, tutti in silenzio tranne il romano che parla e gesticola – è il suo ultimo giorno, dovrà pur ammorbare qualcuno per sottolineare la totalità della sua esperienza, palesando il fatto che si può stare anche 21 giorni qui e non ricavarne un cazzo – il feedback con Edward. Mi vengono corretti alcuni sincronismi dei miei movimenti rispetto all’intenzione. Risulto essere affetto da una tendenza naturale a muovermi prima di dichiararlo. Sono una sorta di antitesi di Renzi, mi dico. Edward ci legge una mia impazienza di fondo. Mi suggerisce di riconoscerla. Poi mi chiede per la seconda volta se ho domande. “Non sul programma” gli dico. “E su cosa?” Si preoccupa “Personali”. Vedo la sua maschera di serenità creparsi lievemente, dove le sopracciglia si uniscono nel punto in cui nasce la cresta del naso. È qui che la conversazione shifta immediatamente nella sceneggiatura di una seduta dallo psicologo scritta da Woody Allen. “Cosa l’ha spinta a iniziare questo percorso? E in che misura si sente diverso ora, rispetto alla persona che l’ha iniziato?”. Edward sorride rilassato, forse si aspettava domande peggiori. “Se è quello che mi stai chiedendo, no, non ho ammazzato nessuno, non sono un drogato, un ladro, un tossicodipendente, uno stupratore o un bugiardo seriale. Con i cinque precetti me la cavavo bene anche prima di iniziare questo percorso, insomma. Ma da venticinque anni seguo questi principi perché sento che mi fanno stare bene. Vengo qui dal Canada ogni anno per due o tre mesi, gratis. Per cos’altro dovrei farlo sennò?” Poi fa una pausa. A me fanno male le gambe, sempre per la storia dei tendini corti, ma non voglio farmi vedere subito molle davanti a Edward. Taccio, e lui riprende. “Se sono una persona migliore? Hanno fatto la stessa domanda a mia moglie – anche lei insegna nel centro, ndr – e ha riempito tre intere pagine per rispondere. Io non lo so, so che non esiste passato, non esiste futuro, esistiamo solo noi in questo momento presente. Devo esercitare la mia mente perché è l’unica cosa che possiedo: non questo mio corpo, che è solo un sacco di ossa. Senti dolore in quella posizione lì? Non lo senti tu, lo sente il tuo corpo. Passerà, tutto è impermanente”.

È questa sera, dopo circa 50 ore dal mio ingresso, che infrango la regola non scritta sulla scrittura. Scrivo ininterrottamente per cinque ore filate, in una sorta di trance. Ecco, il mio modo brevettato venticinque anni fa per “mettere via”. Contravvenire alla regola mi crea un brivido primordiale, fanciullesco: come spiegheranno i buddhisti questo gusto per il proibito, senza un’Eva da cui far discendere ogni peccato originale?

Il giorno successivo è il mio ultimo completo qui. Riesco a viverlo con un certo grado di serenità per il solo motivo di sapere che da domani rigusterò il sapore della libertà. Gli esercizi di meditazione mi pesano di meno per questo, ma cionondimeno continuo a sorprendermi del principale slittamento rispetto alla vita di tutti i giorni: tutte le attività che normalmente reputo piccoli, enormi fastidi – lavare il bagno, andare a comprare quel rasoio che ti manca – qui sono i momenti che inseguo di più durante la giornata, le mie piccole isole felici. Ci è permesso uscire dal centro e attraversare la strada per andare al 7/11 per comprare generi di prima necessità. Impiego molto più tempo del solito nella scelta dei prodotti, che sia il deodorante o il succo di frutta che mi farà da cena. Cerco di leggere gli ingredienti, laddove mi risulti comprensibile, comparo prezzi e caratteristiche nutritive. Decido anche di comprarmi uno spazzolino nuovo: le setole del precedente sono molto consumate. Di consueto la scelta ricade sul più conveniente, mentre questa volta seleziono appositamente il più caro, marca Colgate. Dovrei essere più intransigente con me stesso, in questi giorni, e invece mi scopro a tratti più indulgente.

L’ultima notte fatico a prendere sonno. Non sono stanco abbastanza, forse. È vero che il centro è piuttosto grande e devo camminare parecchio per fare qualsiasi cosa – recarmi in una delle meditation hall, rendicontare a Manfred e Stephanie, ricaricare la mia bottiglia d’acqua alla sorgente filtrata, o uscire appunto dal convento quando i crampi della fame mordono le viscere nelle dieci lunghe ore del pomeriggio. Ma non sono comunque stanco abbastanza. L’ultima meditazione prima del sonno mi ha lasciato immagini accelerate: quando riesco a non pensare, come nella tecnica ben più rudimentale che mi ero costruito da autodidatta per riuscire a prendere sonno da bambino, fissando il nero al centro del nero al centro del nero, quello che vedo sono impressioni, frattali, cornicette, arabeschi dalle forme geometriche ricorrenti e gradevoli. Ma queste ultime invece sono state come piccoli frammenti di film, un Bunuel, un Gondry, di quella bellezza che lascia un po’ sgomenti. Il tema ricorrente erano i buchi: colori angoscianti, stile prova di Technicolor, per trafori e gallerie in successione. Che l’astinenza sessuale si palesi già per metafore stantie?

Per prendere sonno, provo a lavorare sull’esclusione: devo eliminare i latrati e il ringhiare dei cani randagi che popolano in grossi branchi il centro: alcuni cartelli esortano a non dar loro da mangiare. Sono proprietà degli operai dei numerosi cantieri di abitazioni e templi che continuano senza sosta a essere eretti qui intorno.

Il gioco funziona.

L’alba dell’ultimo giorno è ancora più tersa dei precedenti: i cieli di Chiang Mai sono Magritte in movimento.

Salutiamo nell’ordine Alejandro, Stephanie, Manfred ed Edward. Poi incontriamo Khun Thanat, il fondatore del centro, che ci fa dono di una copia del Buddha più bello del tempio. Ce ne racconta la storia, ma è una storia noiosa da ripetere.

I passi che mi conducono fuori dal complesso monastico sono leggeri, sebbene porti con me gli indumenti e i tappeti di meditazione che ho preso in prestito.

Quando riaccendo il cellulare, ho circa 600 notifiche whatsapp, un centinaio di facebook, un’ottantina di mail di cui la maggioranza comunque pubblicitarie. Qualcuno mi ha cercato con insistenza: non erano in molti a sapere di questa mia, pur breve, totale assenza, avvenuta peraltro a ridosso di capodanno, in quel periodo in cui si mandano auguri anche a quei contatti che quando si scorre la rubrica del cellulare ci si sofferma un attimo per capire chi sia.

Adesso, ufficialmente, sono fuori.

Non ho raggiunto il Nirvana.

Credo che il principale beneficio del periodo di reclusione, oltre alla piacevole sensazione di sollievo che si prova nel ritornare alla condizione precedente – quella normale – dopo aver passato un certo quantitativo di tempo a darsi martellate sui coglioni, sia che non mi dedicavo all’osservazione del mondo circostante con questa totalità, questa cura dei dettagli, da quando passavo i pomeriggi a rivedere le registrazioni di Non è la Rai per controllare ogni espressione del viso di Ambra Angiolini che mi potesse essere sfuggito.

Sono stati, in sintesi, tre dei giorni più lunghi e faticosi della mia vita. Il che conferma la sensazione riguardo la più determinante delle dicotomie: che siamo chiamati a una lunga ed estenuante vita di sofferenze e meditazione, come sostiene l’Illuminato. O a una, molto più breve e sopportabile, di allegria e superficialità.

Oppure ancora a un perenne equilibrio tra i due estremi, mi chiedo mentre m’imbarco sul volo che mi aprirà le porte del mar delle Andamane.

 

Aggiornamento dell’undici gennaio: a Koh Lipe ho ucciso una zanzara. Ma l’ho fatto inconsciamente! Ok, sono un meditatore assolutamente fallito.

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