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Poesie per Aeroporti e Stazioni

Scritti di Filippo Lubrano (previously "Quanto a lungo riesci a trattenere il fiato")

Mese

dicembre 2016

Di mappe e voli

da “Radici Aeree”, ed. Leucotea, pag. 16.

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Buona parte di quello che ritengo significativo negli ultimi anni della mia vita è avvenuto dentro una carlinga, che mi fa da cielo in media un’ottantina di notti l’anno.

Dentro la carlinga c’è tutto quello di cui ho bisogno: sedili reclinabili fino a un angolo di ventotto gradi; un monitor con una selezione di film indiani, russi, francesi, tedeschi, italiani; un telecomando con cui selezionare il palinsesto che preferisco oppure giocare a tetris.

Dentro la carlinga premo un tasto e arriva una hostess che asseconda ogni mio desiderio enogastronomico*.

(*Il prodotto servito durante il volo potrebbe essere surgelato)

Dentro la carlinga ho pantofole di carta biodegradabile; una mascherina per favorire il sonno o distrarsi dall’insonnia fingendosi supereroi; uno spazzolino da viaggio; salviette rinfrescanti che, quando le uso per tamponare la barba, la lasciano impregnata per ore di un olezzo al limone; una copertina per le ore più fredde. Con alcune compagnie aeree, ho finanche diritto a un paio di calzini che favoriscono la circolazione. In nessun caso, comunque, alla fine del volo riesco a rimettere le scarpe senza dover allentare le stringhe.

Dentro la carlinga, nel monitor davanti a me – da cui solo raramente riesco a staccare gli occhi – ho all’occorrenza persino mappe mobili, spesso proprietarie, raramente fedeli. Mi raccontano in 2D il mondo in proiezione di Mercatore, che ha il pregio di essere isogona, ma l’immenso difetto di deformare le proporzioni verso i Poli. Sul globo, pertanto, questa proiezione fa sì che la rotta degli aeroplani risulti inspiegabile, perché ortodromica, mentre le rotte migliori, nel mondo reale, tendono a non curarsi delle nostre convenzioni.

Mai mi sono imbattuto in volo in proiezioni di Peters, che mantengono le vere proporzioni del pianeta, rendendo immensa – come effettivamente è – l’Africa, e ridimensionando via via i continenti prossimi ai Poli.

Benché sia cosciente della fallibilità delle leggi della portanza, dentro la carlinga mi sembra che non possa succedermi niente che davvero non desideri.

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Incipit, da Kuala Lumpur

Come inizia il romanzo “Radici Aeree”, da poco edito da Leucotea? Inizia con una lettera, che è questa qua.

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Kuala Lumpur, 5 giugno 1990

Anno del Cavallo

Cara Ni,

ti scrivo per la prima volta da quando è successo. Per farlo, ho avuto bisogno di un pretesto forte, un anniversario, il primo, da quel giorno. L’anniversario mi ha colto però in un luogo nuovo, anche per me: come spesso mi succede, sono lontano da mamma e dalla nostra casa.

Mi trovo a Kuala Lumpur, in una dozzinale stanza d’hotel, a studiare la mappa del centro città che ho chiesto, come sono solito fare, alla reception. Come sicuramente ricorderai da quando ti interrogavo sulle capitali asiatiche, Kuala Lumpur è quella della Malesia.

La Malesia è una terra fatata, che poggia il tronco sulla terraferma, nella penisola delle Andamane, e la testa in quella giungla insulare intricata che è il Borneo. Il suo corpo anela continuamente alla ricongiunzione, è questo il suo feng shui, e anche la sua maledizione.

Su questa mappa, Kuala Lumpur non assomiglia per nulla a quello che il suo nome significa: “confluenza fangosa”. Lo so, Ni, a cosa stai pensando: non è un gran nome per una città, e sono sicuro che tu ne avresti trovato uno migliore. Avresti preso un foglio di carta di soia, di quelli tagliati in maniera irregolare, poi ti saresti tuffata nella scatola d’avorio che ti aveva regalato nonna, ne avresti estratto una dozzina di pennarelli e avresti fatto un disegno, che solo tu avresti potuto comprendere del tutto. Poi, alzandoti, avresti esclamato decisa qualcosa come: “Questo è il fiore di loto che mangia la montagna dorata. Anzi, no”, avresti aggiunto guardando le nostre facce contrite, “non la mangia, la assaggia solo ma non gli piace, e allora ritorna a giocare nello stagno del re”. Io avrei preso il grosso pennello dallo sgabuzzino comune, l’avrei umettato e ti avrei portata sul balcone. Lì, premendo con forza sul pavimento di pietra cotta, ti avrei insegnato come sintetizzare quello che avevi appena detto in pochi ideogrammi. Tu ne avresti estratto un nome, e sarebbe stato un nome bellissimo.

Ma non è andata così, e non è la prima volta che le cose non vanno come dovrebbero andare.

Qualcuno decise dunque il nome di Kuala Lumpur, qualcun altro decise che quella zona sarebbe stata destinata alle ricerche minerarie, qualcun altro ancora decise che, poco lontano da lì, sarebbe nato il porto commerciale più importante dell’area.

La Malesia è un Paese musulmano: tutti credono in un Dio chiamato Allah e che Maometto, un signore vissuto parecchi secoli fa, è il suo profeta. È una religione molto potente, e il suo testo sacro, il Corano, ha saputo creare immagini di una forza e di una bellezza viste raramente nel corso della storia della letteratura.

In Malesia ci sono sette re, uno per ogni provincia, e ciascuno di essi a rotazione guida il Paese per un certo periodo.

Il mio hotel è nel pieno centro di Chinatown, un quartiere che ospita la nostra numerosa comunità di immigrati, e non è lontano da dove, com’è indicato nella mappa dell’hotel, sorgeranno le Petronas Tower, che – dicono – saranno pronte entro qualche anno, e che saranno l’orgoglio di tutto il Sud Est asiatico. Dicono anche che ci vorranno quarantamila tonnellate di acciaio, che è una quantità che non riesci a immaginare, piccola, e non riesco neanch’io. Dicono che dentro ci saranno trenta ascensori, quelle scatole di ferro che abbiamo visto quella volta che siamo andati insieme dalla zia Qing, e che per poco non scassavi a forza di schiacciare tasti a caso. Dicono che un giorno anche in Cina costruiremo cose così grandi e spettacolari, e dicono che Shanghai diventerà più importante di Pechino, Londra, Parigi e New York, quel posto dove ci sono le altre due torri gemelle.

Non vedo l’ora di vedere insieme questo nuovo mondo di meraviglie. È passato solo un anno e per me sono stati almeno due secoli.

Ti aspetto, piccola.

Papà

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