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Poesie per Aeroporti e Stazioni

Scritti di Filippo Lubrano (previously "Quanto a lungo riesci a trattenere il fiato")

Mese

ottobre 2016

Starting Over

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(written at Gotham Writers)

The weather was hotter, there were no reasons for seasons. Tuk-tuks, swinging wires, skyscrapers – that was not the jungle I meant to be – food was crappy, people were aliens.

People have always been aliens, even the girl next door I’ve been trying to approach for so long forgetting any kind of objects a man can forget – salt, pepper, mozzarella for my pizza, a clean pair of socks, eggs for carbonara pasta, a good dvd, someone to watch it with.

I left for the only reason one should leave: I had nothing to learn anymore over there. And I was too far away, East. So I decided to balance and move too far away, West, where at least people are aliens, food is crappy.

At least now I am poor enough not to bother myself that I might sound cool just because the GDP of the country I come from is 10 times higher than the average.

I earn my day playing chess in Union Square, I play better than any Ashkenazi Nobel prize, I can beat Kasparov and Bobby Fischer at the same time, playing blind, but regularly I do have to pretend I lose, otherwise they would not allow me to stay there, collecting pawns to be able to eat prawns, using knights to get the chance to spend some nights in a proper sofa, worshipping bishops even though I’m that kind of an atheist.

I started over, 16 months after the last time, and that’s what happens every 16 months. At the beginning I didn’t choose the timing: time chose me, that’s the way life goes.

 

I heard the girl next door once said: the guy is cute, I’m just afraid he would forget our date, should I dare asking.

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Non tanto per lei

 

fosbury

Amare lo sanno fare tutti

Io vorrei un amore alla Fosbury

Che quando lo guardano da fuori gli altri dicono

“ma perché non c’ho pensato prima io?”

Le cose nello specchietto sono sempre più vicine di quel

[che sembrano

Romperlo, ti porterà solo 7 anni di sfighe.

Come quella notte in cui ci scoprimmo coi fianchi allargati

E solo una canottiera ci fu testimone.

Inizio daccapo

Ancora

Inizio daccapo

Ancora

Inizio seriale

Insisto a porgere altre guance

Anche perché le mie

Le ho finite da tempo.

L’inerzia m’ha rubato tutte le mie decisioni migliori

Per costituirmi

Lascerò impronte digitali ovunque

Ogni volta saranno diverse

Eppure sommariamente

Riconducibili a me

Rivangherò nella merda del passato

Come De Lillo a Fresh Kills

nell’unico mondo giusto – un mondo senza corpi

Tu intanto chiedi

E ti sarà negato.

Passate 30 e passa primavere

E autunni e stagioni delle piogge e secche

Non ho ancora finito di riparare

Non ho ancora smesso di ripararmi

Non ho ancora escluso niente davvero

Voglio ancora essere tutto

Mentre sfoglio la lista dei lavori disponibili a Roma

Programmatori in cobol

Analisti funzionali

Macellai.

E perdonami allora se tendo a romanticizzare il passato

Anche quando il cazzo comandava la mia testa di cazzo

Finirò quando Bob Dylan smetterà di fare concerti

Sarò il tuo girasole offeso, sempre rivolto verso l’ombra

E tirerò la corda fino all’ultimo filo di iuta

Fino a vederne il punto di rottura

Nell’ennesimo esperimento insalubre

Il mondo intero sarà il mio Cern

Dove farò scontrare i nostri atomi

Non scoprirò niente

Ma nell’istante in cui libereremo gigatoni di energia

In quell’istante detonerà ogni fottuto ricordo

I baci al contrario alla testata del letto

Il tornio perfetto che cesellò le tue caviglie

L’allaccio univoco delle convessità delle tue mani con l’incavo

delle mie.

Quell’istante, la sintesi del sollievo.

Non tanto per lei, quanto per l’idea dell’amore che le era sottesa.

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