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Poesie per Aeroporti e Stazioni

Scritti di Filippo Lubrano (previously "Quanto a lungo riesci a trattenere il fiato")

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Ti Porterei Qui

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Se il mondo stesse per implodere in una supernova
Una supernova di champagne, come cantavano loro
Se il mondo stesse per finire nel giro di due settimane, diciamo
– E come se non lo stesse già facendo
Ti porterei qui
Il prossimo weekend
Se non potessimo attendere i Giorni delle Lanterne
Qui
Dove i grattacieli soffrono di anoressia
E s’appoggiano a stampelle di bambù.

Qui, ti porterei
Dove le scoliosi e le sciatalgie si curano con bicchieri sottovuoto
– si sottrae per donare, l’ho imparato qui
E le schiene diventano giochi di dama.
Non avremmo messe la domenica
Solo incensi da portare al tempio
Le ciotole di riso con le bacchette ad antenna
– I nostri parafulmini divini.

Questa sarebbe la nostra ultima città
Oltre la quale non ci sarebbe bisogno di spingersi:
Faremmo gite fuori porta sul ponte che si inabissa, prima di tornare se stesso
E avremmo copie di ogni nostro bene in carta di riso;
Ci ricorderemmo sempre che ai bimbi non bisogna mai toccare la testa.

Se ti sentissi sola, potresti andare a passeggiare fino ai Nuovi Territori
Ci sarebbe sempre qualcuno con te
A condividere la Scoperta:
Un monaco, un banchiere, una domestica, un animale raro.

Ma non ci sarà nulla di questo,
Nessuna estinzione di massa
Non almeno nell’immediato
Neanche una supernova
Lo champagne, poi, è un bene vebleniano che sopravvalutiamo
Ci saremo noi due, ancora seduti sul tappeto a triangoli isosceli,

Al buio

Mentre facciamo finta di non capirci
E di riderci su
E a gara di chi sta più abbastanza bene
Mentre il cielo
Sprovvisto su quel meridiano di stampelle di bambù
Ci prenderà per l’occipite
Con le sue mani di portoro
Un pianto di cherubino come colonna sonora e unica coordinata geografica
Senza
badarci
alcuna
premura.

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I’d Bring You Here

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Would the world be close to a Supernova implosion
A Champagne Supernova, as they used to sing
Would the world be about to end up in a couple of weeks, say
– wouldn’t it already be happening
I’d bring you here
Over the next weekend
Wouldn’t we be able to wait for the Lantern Days
Here
Where the skyscrapers are anorexic
And they rely on bamboo crutches.

Here, that’s where I’d bring you
Where scoliosis and sciaticas are healed with vacuum cups
– you have to subtract to donate, I learned it here
And human backs become checkers game.
We wouldn’t need masses on Sundays
Just incenses to be brought at the temple
Rice bowls with antenna chopsticks
– Our divine lightning rods.

This would be our last city,
The one after which we would feel no need to move forward:
We would go for picnics where the bridge dives into the sea
Before becoming itself again
And we would have rice paper copies of all our belongings;
We would remember that kids are never to be touched on their heads.

Should you feel lonely, you could just go for a walk to the New Territories
There would always be someone with you, to share the discovery:
A monk, a banker, a maid, a rare animal.

But none of this will happen eventually
No mass extinctions,
Not that fast, at least
No supernovas
What about Champagne, then?
It’s just a Veblen good, definitely overestimated.

It will just be the two of us,
sit on that very isosceles-triangle-shaped rug,

In the dark

While we pretend not to understand each other
And laugh about it
Challenging each other’s leadership on who’s feeling more ‘more or less good’
While the sky
Unprovided with bamboo crutches on that meridian,
Will take us by the occiput
With its portoro hands
A cherub’s cry as only soundtrack and geographical coordinate
Without
Paying us
The over-expected
Attention.

Lettera a Una Figlia Nata Sul Mare

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Ora che esisti
Ora che sei evidente

Una persona nuova

E galleggi nel mare della vita
E il mio ruolo è di tenere la mano sotto la tua pancia
Finché non saprai farlo da sola

Ricorda
Quando sarai al largo

D’imparare a distinguere i pesci per nome:
Così che dove gli altri vedranno l’omogeneità dell’acqua
Tu vivrai
Viva
La Fiera di Poseidone.

E diffida sempre dei fondali troppo compiacenti
Che invitano all’ancoraggio:
È lì che attentano le meduse più urticanti
le secche più spaesanti.

Impara la fedeltà dal parabordo
Che serve solo la sua nave
E non bada alle torture del molo.

Nella burrasca, non misurare mai l’altezza delle onde
Ché quel che conta non è l’intensità dei marosi
Ma quanto perdura il loro ricordo
nello sguardo di chi li contempla.

E disponiti da subito alla siccità,
Così che ogni giorno di pioggia
Sarà un giorno a cui brindare.

Riconosci poi la tua corrente,
Accettane il conforto sciamanico.
Ma quando la linea della vita sul tuo palmo
Ti apparirà estranea
Non esitare a impugnare il serramanico
Per tracciarne una nuova, mediterranea
– Come già fece Corto, da Malta.

E colleziona i ricordi dell’esistenza
Come fanno i fondali:
Senza catalogarli,
Scevri di rimpianti
Vergini da speranze.

Cerca il criterio che per te più vale
A misurar la vita:
Che sia il peso del pescato
La minimizzazione del rischio sismico
La vicinanza a una fonte potabile.

Sii sempre boa, mai bitta:
Esposta
Libera di seguire le correnti
Memore dell’ingombro salvifico da cui provieni
Salda, fluida, dritta.

Non lasciarti mai delimitare da aggettivi terreni:
Buona, acuta, bella, sconosciuta.
Fatti corteggiare solo da chi ha la pelle d’alghe e licheni
E ancora odora di salmastro.

Conduci la tua vita come il guardiano del faro:
Per quanto in solitudine
Regalando la luce intorno a te.

Osserva e annota le squame del dentice
Battezza i ciottoli di pietra pomice
Salmodia gli incroci taumaturgici delle nasse
Celebra il teatro delle pescherie.

Accogli la vita,
come il porto riceve il mare.

E se mai dovrai farti stretta
Come il canale
Sii sempre l’acqua che unisce,
Mai lo stagno che divide.

tutto in minuscolo

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tutto in minuscolo

Tra le cose assurde che facciamo
C’è che respiriamo
Per tutta la vita
In continuazione
Senza motivi apparenti.
È perché c’è stanchezza nelle parole
Che gli uomini usano sempre le stesse
I costrutti già pronti
Quand’è stata l’ultima volta che hai chiesto
Come stai
E ti sei fermato ad ascoltare?

Con te, le parole ebbre
Con te, le labbra prone
Noi – capaci di forgiarle
Tramutarle in prole
Da crescere tra i bonsai
tutto in minuscolo
tutto in minuscolo.

hai fatto alla mia vita
quello che le corbusier fece con l’architettura
non c’era parigi
prima che tu cantassi mina
sotto la mia doccia.

‘in che anno vorresti morire?’ ci domandammo
ché le domande sono lo sperma delle conversazioni
userò con te l’accortezza degli avverbi di dubbio
anche quando sarò sicuro
e farò di tutto per non conoscerti mai
ché è con gli estranei che diamo sempre il meglio.

tra le cose assurde che ho fatto
c’è stato lasciarti su quel pianerottolo
perché non riuscivi a capirmi
ora che sei l’unica
che vorrei non tacesse.

è verosimile, che all’alfiere io preferisca il cavallo
magari è meglio non beva altra birra
probabilmente tornerò nel Quarto Vuoto
forse ti amo
e certo
certo
le nuvole sopra pigalle non ci faranno ombra.

 

A Forma d’Islanda

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In questo Paese in cui i senzatetto usano il congiuntivo
E nel cielo c’è una nuvola a forma d’Islanda
Vorrei varare un mestiere aggiuntivo
Che paghi non le mie azioni, ma la mia abilità nel porti una domanda.

Ricordi come stavo il giorno in cui mi cercasti
L’ultimo pomeriggio inconsapevole a degustare bottiglie
Senti questa Bonarda! E il Barbera d’Asti?
poi il tuo messaggio che ostruiva dighe, rovesciava chiglie.
Quel termometro in mano
Che non contava i gradi
Io, deliscato sul divano,
Un pezzo del Tetris che ignoravi
Ogni riga, un codice di Hammurabi.

Ci sono ancora, oggi
Che il sorriso di circostanza ne ha creato uno vero
Ci sono ancora, oggi
Che ‘vero’ non vuol più dire quello che voleva dire 6 mesi fa
Ci sono ancora, oggi,
Ancora, qua
Mentre hai bisogno
Tu che non avevi mai bisogno
Mentre mi concentro sui crateri
Mentre mi sottraggo ai miei doveri
Mentre immagino dov’eri
Lo scorso anno
Quando il radar dei tuoi occhi non mi aveva paralizzato ancora
Mentre immagino dove saremmo, ora
In Islanda, su una nuvola analoga
in Uzbekistan su un cavallo a strisce
alla Foce, a raccogliere un fico, una fragola
Mentre Pavarotti nitrisce
Il tuo sguardo distante che mi zittisce
Oppure altrove, altrove
Una voce che si chiede dove
Sia l’altra, ad oltranza
Cercarsi nel letto – ma di un’altra stanza.

Guarda Come

Tartarughe-Paestum
Guarda come spero
Meglio di chiunque altro
Nonostante le evidenze quotidiane
Follemente concentrato sull’impresa
come il piccolo di tartaruga espulso dall’uovo
Nella spiaggia dei varani.

Guarda come sono convinto
com’è fermo l’indice mio
Quando punta te
– scegliendoti, sciogliendoti
Per godere della colpa di aver scartato tutti gli altri,

Guarda come catalogo ogni mio pensiero
Per numero di shock pregressi
E ore di solitudine necessarie a processarli
– Ogni nostro gesto è rivolto alla Madre
Dal giorno in cui togliemmo i braccioli.

Guarda come è tutto vero
Finché la Parola non si assembla in Manifesto
Finché la Poesia non diventa Editto.

Guarda come sorride quel pettine sul tavolo
Ricordo esule di quando lei era qui
E tutte le notti, e tutti i giorni
E tutte le notti e i giorni
Mi faceva rientrare nel Paradiso terrestre
La mia Eva abusiva
Non ti scopriranno
Non ci scopriranno
Non ci scopriranno
Fino a quando non copuleremo
Nella cambusa del gozzo di Noè
Scelti da nessuno
Per perpetuare la specie.

Guarda come faremo dei nostri palmi remi
Nei continui guasti meccanici
Per girare in tondo
Vorticando, un uragano liquido
Tentando di sprofondare
Guarda come
Useremo Dio
Per odiare gli uomini.

Guarda come sono bravo a trovarti
Anche dove non avresti pensato di scappare
Dopo l’ultimo litigio
Sei nella coppia di anziani con la sedia in plastica
Sul marciapiede della statale
A fianco della casa cantoniera
Quella coppia siamo noi
Se i polimeri reggeranno a sufficienza.

La verità risiede solo nel quinto trimestre
– quello del maggese
E questo è quanto.

Taro dice

tsukiji
Taro dice

Taro dice: non rimandare a domani
le pulizie di oggi.

Taro dice: prima di agire
considera la situazione
nel suo complesso.
Stabilisci
dove sei più utile.

Taro dice: evita l’aria condizionata
accetta le stagioni.
Taro dice: esprimi gratitudine
per i cambi di stagione.
(Dentro di me
gli spiriti
Dentro di me
una guerra idrica)
Taro dice: sostituisci regolarmente
i fogli
delle tue porte di carta Shoji.
Taro dice: fallo insieme ai tuoi figli
capiranno l’importanza
di astenersi
dal bucarle.
Taro dice: non c’è differenza
tra corpo e monastero.
Ogni spazio intorno a te
sia il tuo altare.
(Dentro di me
il pulviscolo degli acari
controluce
Dentro di me
il traffico di Shibuya)
Taro dice: i giorni che contengono i numeri 4 e 9
riservali al rammendo dei vestiti.
Taro dice: se la tua relazione con gli oggetti cambierà
cambierà anche quella
con le persone.
Taro dice: parla poco.
Taro dice: ci sono parole
così fragili
che solo a dirle
rompono l’oggetto che volevano descrivere.
(Dentro di me
una cerimonia di silenzi
Dentro di me
un urto anelastico)
Taro dice: tutte le forme
più alte
di saggezza umana
scoraggiano la riproduzione.
Tutte le forme
più alte di saggezza
conducono all’estinzione.
Taro dice: la diversità
è l’unica cosa
che abbiamo davvero in comune.
Taro dice: la mano sinistra è quella
che usiamo in bagno.
Taro dice: anche per via dei mancini
è meglio salutarsi con un inchino.
Taro dice: la vita più confortevole
è quella priva di possedimenti.
(Dentro di me
anguille elettriche
Dentro di me
i conigli della luna)
Taro dice: non starmi così vicino
rispetta la mia prossemica.
(Mentre lo dice
fa due passi
piccoli
indietro,
ritrova l’equilibrio)
Taro dice: se sei la persona
più intelligente
nella stanza
sei nella stanza
sbagliata.
Taro dice: ricordati di respirare
profondamente.
Ricordati che stai respirando
Mentre respiri.
Taro dice: quando respiri
facci caso.
Arriverà un momento
in cui non succederà più.
(Dentro di me
l’egoismo salvifico
Dentro di me
la paura di sentirti dire:
Smettila
Di sporcare
La mia
Vita).

Charing Cross, next Station Charing Cross

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C’ho messo un po’ a capire cosa mi piace della metropolitana.

È il profumo delle pastiglie dei freni.

A Parigi, aveva lo stesso odore delle panetterie con le baguette alle noci

E poi il fatto che basta inciampare

Basta distrarsi

Per essere scomposti in un Pollock di endocarpi e tessuti

Così poco è sufficiente

Per cancellare i nostri nomi dal libro della Vita.

 

Se le scale mobili sono lunghe a sufficienza

Non capisci più se stai salendo

O sul punto di essere inghiottito.

 

Mentre le salgo, o le scendo

Comunque stando fermo

realizzo

come vorrei sei mani

per reggere tutti gli ingombri

che ho reputato necessario

portare con me

E come vorrei dodici intestini,

per poter digerire i piatti di tutti questi ristoranti

la catena messicana

il take away eritreo

quel posto dei ramen.

E otto piedi

Per quadruplicare la velocità del city sightseeing

E cinque cervelli

Per godere contemporaneamente in cinque corpi diversi

Ché non è la fantasia

Ma il ricordo

La miglior materia per l’autoerotismo.

Se togliessi alla mia storia

Tutte le parole pronunciate

Solo per autodeterminarmi

Rimarrebbero solo quelle per ordinare da mangiare

E quella volta che le dissi

“Come sei bella

chissà che vita noiosa devi avere avuto

per essere così”

 

Eppure io non riesco a ricordare niente

Chi ero, quand’ero altrove

La sensazione del caldo, quand’è inverno

La pelle d’oca quando m’annoio

 

Devo correre

Per essere ovunque

 

Come per il portiere del Subbuteo

Come per gli elettroni

 

Diventiamo solidi

solo

Se siamo in movimento.

Di Tutti

abaco

Di tutte le intelligenze, quella emotiva

Che connette i pensieri, fonda la gentilezza.

Di tutte le leggi fisiche, l’attrito

Che abilita la passeggiata, il biliardo,

scopare.

Di tutte le mappe, una batimetrica

Per misurare i recessi dove affonderò

Se non sarò all’altezza di tutto

Se tutto sarà surreale.

Di tutti i colori, l’indaco

Che per gli indiani è conoscenza

Per noi, il pigmento dei blue-jeans.

 

// Dicono che la pelle cambia completamente

Ogni sette anni.

Sette anni e non esisterà più una tua cellula

Epiteliale

Che io avrò sfiorato. //

 

Di tutti gli strumenti di calcolo, l’abaco

Che educa all’importanza della posizione

E decide i destini del mondo.

 

Di tutte le energie, quella solare

Che irradia dal sorriso che prepara alla tua risata

Una centrale che si misura in Terawatt.

Di tutti i venti, quello libico

Che penetra il Golfo e lo spariglia

Prima di diventare favonio.

 

Di tutti i mesi, marzo

Di tutti gli anni, quello del Cane

Cioè il presente, quello improcrastinabile.

Di tutti i sogni, quello dove io sono nudo

Ma non annego

Di tutte le dita, l’indice

La stampella della Meraviglia.

Di tutte le discipline, il parkour

Che appoggia i denti sul marciapiede

E ha il mondo come parco giochi.

Di tutti i mari, il Mediterraneo

Di tutti i materiali, il legno

Di tutti gli utensili, l’imbuto

Che sa selezionare sempre la dose giusta.

Di tutti i suoni, il tuo primo mugolio al mattino

Di tutti i rizomi, lo zenzero.

Di tutti i ristoranti, la trattoria

Che ha porzioni abbondanti,

vini e osti sinceri.

 

Di tutte le figure geometriche, il cerchio

Di tutti gli Dei, Mercurio

Che si rompe dividendosi, e contamina tutto.

Di tutti i gesti, l’abbraccio

Che unisce due, separa il mondo.

Di tutte le bandiere, il Nepal

Di tutti i liquidi, quello seminale

Di tutti i vegetali, il broccolo romano

Che porta i frattali negli orti

Di tutti i lungomari, Beirut

Di tutti i numeri, l’ultimo,

dispari

Di tutte le paure, quelle sopite

Di tutti i precipizi, quello che mi si apre nel petto

Mentre

immobile

ora

ti guardo

andartene.

 

 

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