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Quanto a lungo riesci a trattenere il fiato

Scritti di Filippo Lubrano

Halloween

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Sono morto il giorno dei morti

Vorrei essere nato quello dei vivi

– Ho sempre subito il fascino ortodosso delle strutture speculari

Ma non esiste, non che mi risulti

Per cui mi sono accontentato così

Ad essere morto il giorno dei morti.

 

In quanto morto, ho acquisito un punto di vista privilegiato sul mondo

Vi vedo da quassù, ma volendo posso volare anche liggiù

Posso zoomare, in quanto morto

Sì, da morti si è come dei piccoli droni

Vi posso guardare in casa mentre siete senza mutande

Posso vedervi quando pensate che nessuno possa farlo

Posso giudicarvi quando voglio

In alcuni casi, peraltro, devo.

 

In quanto morto, ho anche avuto accesso ad una serie di rivelazioni fondamentali.

In quanto morto

nel giorno dei morti

mi sento di condividere alcune di queste rivelazioni con voi.

Bene, dunque.

Prima di tutto, Maradona non l’aveva presa di mano.

Poi, e me ne dispiace davvero molto,

la dieta mediterranea è merda,

i pomodori il viatico per una vita breve e dolorosa,

l’olio extra-vergine il vostro lasciapassare per un infarto in età post-adolescenziale,

toccarsi con una certa regolarità aumenta le vostre diottrie,

la lettura

vi rimpicciolisce

gradualmente

il cervello.

Dovete bere Sciacchetrà e Vermentino, e in tal caso ci vedremo molto tardi.

 

Infine

Potete

Prendere

Confetti da matrimonio quanti ne volete, a manciate

Ingozzarvi di focaccine al formaggio TIPO recco di Stampetta

Fare il bagno un’ora dopo aver mangiato

Gingillarvi coi fili dove c’è scritto “pericolo di morte”

Scopare senza preservativo in Sud Africa

Estrarre la chiavetta usb senza fare la procedura di sicurezza

Pisciare controvento

 

Lasciare la donna della propria vita per motivi futili

Provare rimorso per il resto dei vostri giorni da vivi.

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Arte e Scienza

71102633Dalla sacca di mia madre

Nel chilometro primo

Parto.

Ingenerato per muovere

E far accadere le cose.

Non mi uccise

La pietra che mi doppiarono al petto

Cui devo questa cifosi

Che mi fa propendere in avanti

Propendere per.

La privazione del sonno

È Arte e Scienza

Arte e Scienza

TUTTO è arte, poi scienza

Non esistono scorciatoie

Eppure sono qui in missione

Per conto del me adolescente

A prendermi le lingue che gli mancarono

Tutti i successi immeritati.

Le uniche cose vere

Risalgono a quando

Non sapevo

Di cosa stessi parlando.

Seguimi sul piano cartesiano

Mentre respiro più lento

Concentrandomi sul qui e ora

Prima del sushi home delivery,

un’ultima mezz’ora.

 

L’Uomo della Spazzatura

200143022-001“No, non puoi, è mia” gli dico

lui pensa stia parlando al telefono, forse

continua, la sua paletta in mano

“Stai lontano da quel cestino”

“è immondizia”, mi dice

“No, è storia” gli dico

“è il mio passato, non ho altri passati

i passati non si comprano al mercato

non questi almeno

non il mio”

“ascolta, non è niente di personale”

“le cose lì dentro mi sono successe.

Tutte.

Non puoi arrivare e portarmi via tutto”

“Dove tieni il resto?” mi chiede

“In casa, ovunque”

“perché non ci torni, allora?”

“perché c’è il mio passato

il mio passato ha bisogno di tutto lo spazio”

“perché non gli compri un’altra casa?”

“la sto cercando, ma il mio passato

non vuole stare in periferia”

“dove vivi ora?”

“Vicino al cestino”

“Senti, faccio prima quello all’angolo,

torno dopo, fammi sapere se dopo va meglio”.

Rovisto nel secchio, ancora sdraiato,

la prima cosa che sollevo è il suo biglietto.

“Hey, torna qui, puoi prendere tutto”.

Digressioni di Settembre

Southern-Right-Whale

Le città scorrono al contrario

I mari sono zero, gli alberi uno

Avrai fatto scalo ormai?

Starai litigando con qualcuno

Parlando di cibo

Qualcuno che ti ricorda tuo nonno Evandro?

Come per la fine del giorno

Sono ancora arancione

Ma sarò buio a minuti

Sai che c’è un altro mare

che scorre sotto questo

e non sto parlando della metro?

Non riesco più a contare

Tutto quello che mi succede

Il terzo tè del giorno, il quarto cereale, la seconda chiamata

Settembre è un mese di sole domeniche

È meraviglioso averti qui, ora

Abbiamo conifere, dietro, nel terrazzo-giardino.

 

Anche le mie cicatrici hanno cicatrici.

Il Duca di Riomaggiore

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Quant’è vero il mondo, non s’è mai perso una puntata di SuperQuark.

Adora i vernissage, soprattutto per certi salatini agli spinaci.

Detesta gli orinatoi, sostiene che limitino la creatività.

È un tipo silenzioso, solo a tratti s’infervora per cose sue, e allora fa una gran cagnara.

Rispetta i semafori.

Non ha mai fumato una sigaretta in vita sua.

Fa sogni facili da spiegare.

Davanti ad un cielo d’agosto, in genere, alla terza cometa ha finito i desideri.

È fedifrago. Una sera, un tale l’ha visto con 4 compagne diverse nel giro di 6 ore.

Una era nana.

Ha un senso maniacale dell’igiene intima.

Il mercoledì sera, sa che è meglio che stia a casa.

Non è mai stato a Marsiglia, non ha mai letto Freud, non ha mai detto di un artista “sì, lo ascoltavo vent’anni fa, poi è diventato commerciale”.

Ai tatuaggi preferisce le cicatrici, che dice abbiano dietro aneddoti migliori.

Ha un occhio di un colore, l’altro di un altro

Per questo, e per la sua provenienza geografica, certo, lo chiamano:

Il Duca di Riomaggiore.

Sale sui tram un paio di volte al giorno.

Non ha mai il biglietto.

Aveva amici sedicenti stretti.

Una volta, un manipolo di questi lo dimenticò all’autogrill.

Andavano ad Albenga, era un sabato di maggio.

Lui si convinse ci fosse premeditazione.

Da quel giorno, di fatto, smise del tutto di abbaiare.

 

Tornò nel suo quartiere per arterie secondarie,

Rispettando i semafori,

evitando accuratamente gli orinatoi.

Si procurò un paio di cicatrici extra,

per avere qualcosa da raccontare alle sue spasimanti,

compresa Sandy, la barboncina più sexy del Levante Ligure.

Tornò a guardare SuperQuark

Ed a sognare cose semplici

Metafore e metonimie per vite da compiti assegnati:

La cella di un’ape operaia,

il bagnasciuga di un uovo di tartaruga,

la palla di merda di un insetto stercorario.

Fare la guardia ad una villetta a schiera,

ad un faro solitario

ad un camino spento.

Fino a quella sera, in cui, distratto, uscì in centro.

Era un mercoledì.

Non vide mai Marsiglia, non parlò mai di Freud.

Ogni cosa è lontana

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A vederla da qui

Ogni cosa è lontana

E ogni cosa lontana

Subito si scopre

Necessaria.

Ogni cosa è lontana

La frangetta tagliata a mano nel bagno

Il fiato spaccato dal quinto, ultimo piano

Ogni cosa è lontana

Mentre sorvolo la Mesopotamia

Ascoltando i grandi classici di John Lee Hooker

Giocando a scacchi col computer

Arrocco forte, la regina incastrata.

Ricordi quella volta nella terra dei tricicli?

Mangiavamo con le mani dai grandi piatti di alluminio

E tu scherzavi con le spezie di nascosto

Ogni cosa è lontana, ora

Nei controlli sommari dei grandi terminali

Mentre spruzzo la colonia Acqua di Giò dai dispenser campionari

L’acqua del rubinetto è potabile? Mi chiedevi, dopo averne già bevuto due sorsate

Ogni cosa è lontana

L’abat-jour del tuo lato a cui appendi collane

Il tuo crocifisso laico

 

Ogni cosa è lontana

Dallo scoglio del Tinetto dove cercare i saraghi

Dalle tue correzioni pazienti alla mia raccolta differenziata

Ogni cosa è lontana

E non devo ridere se ora mangeranno la zuppa tenendo i cucchiai rivolti verso la parte concava

Non riderò se li vedrò arrivare con le dita nelle narici l’uno dell’altro

È il costume del loro popolo

Sei un ospite qui, ringrazia prima, ringrazia dopo

Lascia sempre qualcosa nel piatto per far vedere che il pasto è stato abbondante.

Ogni cosa è lontana

L’intimità dei pronomi di due lettere

Le mie dita appese all’arpa delle tue costole

La maniera in cui dividi l’ultimo pezzo nel piatto

Per lasciarmi l’ultimo boccone.

Ogni cosa si misura in pollici di distanza dal neo rosso sulla tua coscia

Potrei mangiare tutto, potrei ridere solo

Se ogni cosa non fosse lontana.

Cronache dal Basso Mediterraneo

IMG_5703L’autobus che collega Beirut a Byblos, in arabo Jbeil, tiene la porta perennemente spalancata, incurante della pioggia torrentizia che sciacqua il lungomare della Corniche dei suoi detriti.
Ha 784.000 km all’attivo – sempre i soliti, una ruota di criceto dal raggio un po’ più largo -, dodici passeggeri, una sola marcia, la prima. Si ferma ovunque ci sia un essere umano che voglia salire a bordo, e a volte decide di non aver bisogno neanche di questo pretesto.
Impiegherà un’ora e 35′ per coprire i 37 km che dividono le due città. La pazienza è nata in Medio Oriente.
È probabile ci sia pure morta.
È la Beirut Design Week, ma non ci sono modelle russe e i vernissage offrono pita e formaggini Mio.
La città ha il colore che avrà Milano tra 100 anni, dopo venti crisi finanziarie e quattordici milioni di posti di lavoro persi in favore dei robot.
La città ha i monti che Milano non avrà mai.
Dallo scoppio della guerra civile in Siria il Libano ha ospitato 2 milioni di profughi del regime di Assad. Due-milioni. Su una popolazione di 4. È una migrazione più liquida di quanto vediamo in Italia: i profughi non arrivano dal mare, spesso si spostano in macchina, con mezzi propri, non si distinguono dai libanesi che per le targhe delle auto. Ho parlato con libanesi infastiditi, libanesi entusiasti, libanesi indifferenti alla grande migrazione.
Byblos è un enorme giardino pensile di fossili e marmo, un porto da una cinquantina d’ormeggi, ben protetto da libeccio e scirocco. Sembra impensabile che di qui in epoca romana partissero i principali carichi di cedro di tutto il Mediterraneo, che all’epoca si poteva approssimare con “mondo”, ed è un’approssimazione che nella mia testa vale ancora molto.
Nessuno, appena mi vede, comprende che non sono nato qui. Mi parlano in arabo e sono sorpresi che non li capisca. Quando poi capiscono che non li capisco, provano a fottermi in ogni modo: gonfiando i prezzi delle corse in taxi, i conti delle cene. Ripasso i numeri, l’unica cosa che conosca in questa lingua, per la più primordiale delle negoziazioni.
Sarei potuto nascere qui, dove il Mediterraneo si concede più caldo. Avrei potuto fumare il narghilè nelle spiagge dietro Zaytuna Bay o finire per laurearmi all’università americana nel distretto finanziario. In tal caso, non avrei fatto caso oggi alle pattuglie di militari e i carrarmati sotto i flyover. Avrei respirato questi ottani da Euro 0 senza filtri antiparticolato e li avrei chiamati semplicemente ‘aria’, invece che ‘ossigeno appestato’.
Sarei potuto nascere qui, nel Basso Mediterraneo, e allora sarebbe stato qui che avrei fatto e disfatto le mie valigie.
Sarei potuto nascere qui, invece sono nato a una latitudine diversa di questo stesso mare-mondo che manca un filo che non si possa chiamare lago. Le tragedie che decido quotidianamente di ignorare si chiamano Bataclan e Manchester, invece che Kobane e Hebron. I corpi si stendono all’ombra di sicomori e ulivi taggiaschi, è più difficile nasconderli che tra le chiome frondose dei cedri.
Mangio il riso avvolto nella vite / tutto è a base di melanzane / i ceci interi vanno sui ceci frullati / cammino su lungomari che principiano in slum e finiscono in marine / avrò un visto sul passaporto che fungerà da stimmate.
Sarei potuto nascere qui, e sarebbe stato qui, allora, che avrei fatto perno.

Come il pesce, Giona

(Santiago del Cile, marzo 2017)

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Mi ricevesti come il pesce Giona

Santiago una brace di bitume ben irrorata

Una nebbia di particolato, di polveri da tappeti imbattuti

Dove i caffè hanno gambe e tacchi cremisi

Per praticarti fori alla base del cranio –

Così mi tenesti appeso-crocifisso alla liana zincata

Della funicolare del Cerro.

Con resina araucana firmammo un patto di reciproca belligeranza

Mentre Pacifico scompigliava la scrima della schiuma

Di alghe carboniche nell’isola vulcanica.

Puntammo la prua terrestre, la intagliammo in nadir

(Avevamo più occhi di quelli necessari per lacrimare)

In cantieri primitivi montarono nautili in luogo ai nostri padiglioni auricolari

Per condannarci ad auscultare dalla valle rigata dal Carmenère

Le detonazioni del mare

come otarie stordite sui bulbi delle petroliere.

In un esperimento complementare mi applicarono

45 colli da cui, su cui

per cui

torcere lo sguardo su un panorama obbligatorio

L’ultimo necessario

sulla valle dove alluminio ed eternit declinano

il delirio cromatico del Pantone.

Ci riconsegnasti nell’unica dimensione che ti è possibile, Cile

Verticale, come la lingua fibrosa dell’alpaca

Ci strofinammo sul cactus sodo

Fino a consumarne gli aculei, mentre il cielo di pellicani immobili

Blindava i cortili sterili della Patagonia

Ingoiandoli nella sua pappagorgia.

Sei un velo inadatto alla pietà, Cile

Sei nel palo dell’alta tensione, trifase, in costruzione

Disteso

O forse arreso – vinto

Sei un cristallo di pioggia acida, ereditato dalla mia schiena al finestrino

Di questo autocarro che ci contiene

Non sai discernere la Cordigliera della guarnizione

Da quella della palizzata che ersero

Per archiviarti nella pozza

Di colori primari

Che ti generarono.

Diapositive

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Era qualcosa tipo l’estate 

nel suo miglior agosto

era un viaggio per fabbricare vesti

che mancavano

era una mappa arrogante, che si ritiene

la miglior approssimazione della realtà

fino a quando non viene sostituita

da una sua stessa versione successiva.

Era uno sbarco al termine del quale ti chiedi

quale sia la cosa più strana

te stesso, o la terraferma.

Era troppo tardi per viaggiare

o anche

solo

per trovare una ragione 

per farlo sembrare ancora ragionevole.

Quanto a me

ero morto

ero un feto

ero incinto

ero la smorfia del giocatore di poker

che sa di aver appena pescato la carta perdente

ero appena nato

ero il fotografo di un santo, che ride

devo tornare a quella camera, nera

sordida

devo tornare da quella cosa, nera

umida, che ho lasciato in mezzo alla strada

devo tornare a essere

vallata di terrazzamenti

verdi

che si ripetono.

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