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Quanto a lungo riesci a trattenere il fiato

Scritti di Filippo Lubrano

Digressioni di Settembre

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Le città scorrono al contrario

I mari sono zero, gli alberi uno

Avrai fatto scalo ormai?

Starai litigando con qualcuno

Parlando di cibo

Qualcuno che ti ricorda tuo nonno Evandro?

Come per la fine del giorno

Sono ancora arancione

Ma sarò buio a minuti

Sai che c’è un altro mare

che scorre sotto questo

e non sto parlando della metro?

Non riesco più a contare

Tutto quello che mi succede

Il terzo tè del giorno, il quarto cereale, la seconda chiamata

Settembre è un mese di sole domeniche

È meraviglioso averti qui, ora

Abbiamo conifere, dietro, nel terrazzo-giardino.

 

Anche le mie cicatrici hanno cicatrici.

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Il Duca di Riomaggiore

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Quant’è vero il mondo, non s’è mai perso una puntata di SuperQuark.

Adora i vernissage, soprattutto per certi salatini agli spinaci.

Detesta gli orinatoi, sostiene che limitino la creatività.

È un tipo silenzioso, solo a tratti s’infervora per cose sue, e allora fa una gran cagnara.

Rispetta i semafori.

Non ha mai fumato una sigaretta in vita sua.

Fa sogni facili da spiegare.

Davanti ad un cielo d’agosto, in genere, alla terza cometa ha finito i desideri.

È fedifrago. Una sera, un tale l’ha visto con 4 compagne diverse nel giro di 6 ore.

Una era nana.

Ha un senso maniacale dell’igiene intima.

Il mercoledì sera, sa che è meglio che stia a casa.

Non è mai stato a Marsiglia, non ha mai letto Freud, non ha mai detto di un artista “sì, lo ascoltavo vent’anni fa, poi è diventato commerciale”.

Ai tatuaggi preferisce le cicatrici, che dice abbiano dietro aneddoti migliori.

Ha un occhio di un colore, l’altro di un altro

Per questo, e per la sua provenienza geografica, certo, lo chiamano:

Il Duca di Riomaggiore.

Sale sui tram un paio di volte al giorno.

Non ha mai il biglietto.

Aveva amici sedicenti stretti.

Una volta, un manipolo di questi lo dimenticò all’autogrill.

Andavano ad Albenga, era un sabato di maggio.

Lui si convinse ci fosse premeditazione.

Da quel giorno, di fatto, smise del tutto di abbaiare.

 

Tornò nel suo quartiere per arterie secondarie,

Rispettando i semafori,

evitando accuratamente gli orinatoi.

Si procurò un paio di cicatrici extra,

per avere qualcosa da raccontare alle sue spasimanti,

compresa Sandy, la barboncina più sexy del Levante Ligure.

Tornò a guardare SuperQuark

Ed a sognare cose semplici

Metafore e metonimie per vite da compiti assegnati:

La cella di un’ape operaia,

il bagnasciuga di un uovo di tartaruga,

la palla di merda di un insetto stercorario.

Fare la guardia ad una villetta a schiera,

ad un faro solitario

ad un camino spento.

Fino a quella sera, in cui, distratto, uscì in centro.

Era un mercoledì.

Non vide mai Marsiglia, non parlò mai di Freud.

Ogni cosa è lontana

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A vederla da qui

Ogni cosa è lontana

E ogni cosa lontana

Subito si scopre

Necessaria.

Ogni cosa è lontana

La frangetta tagliata a mano nel bagno

Il fiato spaccato dal quinto, ultimo piano

Ogni cosa è lontana

Mentre sorvolo la Mesopotamia

Ascoltando i grandi classici di John Lee Hooker

Giocando a scacchi col computer

Arrocco forte, la regina incastrata.

Ricordi quella volta nella terra dei tricicli?

Mangiavamo con le mani dai grandi piatti di alluminio

E tu scherzavi con le spezie di nascosto

Ogni cosa è lontana, ora

Nei controlli sommari dei grandi terminali

Mentre spruzzo la colonia Acqua di Giò dai dispenser campionari

L’acqua del rubinetto è potabile? Mi chiedevi, dopo averne già bevuto due sorsate

Ogni cosa è lontana

L’abat-jour del tuo lato a cui appendi collane

Il tuo crocifisso laico

 

Ogni cosa è lontana

Dallo scoglio del Tinetto dove cercare i saraghi

Dalle tue correzioni pazienti alla mia raccolta differenziata

Ogni cosa è lontana

E non devo ridere se ora mangeranno la zuppa tenendo i cucchiai rivolti verso la parte concava

Non riderò se li vedrò arrivare con le dita nelle narici l’uno dell’altro

È il costume del loro popolo

Sei un ospite qui, ringrazia prima, ringrazia dopo

Lascia sempre qualcosa nel piatto per far vedere che il pasto è stato abbondante.

Ogni cosa è lontana

L’intimità dei pronomi di due lettere

Le mie dita appese all’arpa delle tue costole

La maniera in cui dividi l’ultimo pezzo nel piatto

Per lasciarmi l’ultimo boccone.

Ogni cosa si misura in pollici di distanza dal neo rosso sulla tua coscia

Potrei mangiare tutto, potrei ridere solo

Se ogni cosa non fosse lontana.

Cronache dal Basso Mediterraneo

IMG_5703L’autobus che collega Beirut a Byblos, in arabo Jbeil, tiene la porta perennemente spalancata, incurante della pioggia torrentizia che sciacqua il lungomare della Corniche dei suoi detriti.
Ha 784.000 km all’attivo – sempre i soliti, una ruota di criceto dal raggio un po’ più largo -, dodici passeggeri, una sola marcia, la prima. Si ferma ovunque ci sia un essere umano che voglia salire a bordo, e a volte decide di non aver bisogno neanche di questo pretesto.
Impiegherà un’ora e 35′ per coprire i 37 km che dividono le due città. La pazienza è nata in Medio Oriente.
È probabile ci sia pure morta.
È la Beirut Design Week, ma non ci sono modelle russe e i vernissage offrono pita e formaggini Mio.
La città ha il colore che avrà Milano tra 100 anni, dopo venti crisi finanziarie e quattordici milioni di posti di lavoro persi in favore dei robot.
La città ha i monti che Milano non avrà mai.
Dallo scoppio della guerra civile in Siria il Libano ha ospitato 2 milioni di profughi del regime di Assad. Due-milioni. Su una popolazione di 4. È una migrazione più liquida di quanto vediamo in Italia: i profughi non arrivano dal mare, spesso si spostano in macchina, con mezzi propri, non si distinguono dai libanesi che per le targhe delle auto. Ho parlato con libanesi infastiditi, libanesi entusiasti, libanesi indifferenti alla grande migrazione.
Byblos è un enorme giardino pensile di fossili e marmo, un porto da una cinquantina d’ormeggi, ben protetto da libeccio e scirocco. Sembra impensabile che di qui in epoca romana partissero i principali carichi di cedro di tutto il Mediterraneo, che all’epoca si poteva approssimare con “mondo”, ed è un’approssimazione che nella mia testa vale ancora molto.
Nessuno, appena mi vede, comprende che non sono nato qui. Mi parlano in arabo e sono sorpresi che non li capisca. Quando poi capiscono che non li capisco, provano a fottermi in ogni modo: gonfiando i prezzi delle corse in taxi, i conti delle cene. Ripasso i numeri, l’unica cosa che conosca in questa lingua, per la più primordiale delle negoziazioni.
Sarei potuto nascere qui, dove il Mediterraneo si concede più caldo. Avrei potuto fumare il narghilè nelle spiagge dietro Zaytuna Bay o finire per laurearmi all’università americana nel distretto finanziario. In tal caso, non avrei fatto caso oggi alle pattuglie di militari e i carrarmati sotto i flyover. Avrei respirato questi ottani da Euro 0 senza filtri antiparticolato e li avrei chiamati semplicemente ‘aria’, invece che ‘ossigeno appestato’.
Sarei potuto nascere qui, nel Basso Mediterraneo, e allora sarebbe stato qui che avrei fatto e disfatto le mie valigie.
Sarei potuto nascere qui, invece sono nato a una latitudine diversa di questo stesso mare-mondo che manca un filo che non si possa chiamare lago. Le tragedie che decido quotidianamente di ignorare si chiamano Bataclan e Manchester, invece che Kobane e Hebron. I corpi si stendono all’ombra di sicomori e ulivi taggiaschi, è più difficile nasconderli che tra le chiome frondose dei cedri.
Mangio il riso avvolto nella vite / tutto è a base di melanzane / i ceci interi vanno sui ceci frullati / cammino su lungomari che principiano in slum e finiscono in marine / avrò un visto sul passaporto che fungerà da stimmate.
Sarei potuto nascere qui, e sarebbe stato qui, allora, che avrei fatto perno.

Come il pesce, Giona

(Santiago del Cile, marzo 2017)

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Mi ricevesti come il pesce Giona

Santiago una brace di bitume ben irrorata

Una nebbia di particolato, di polveri da tappeti imbattuti

Dove i caffè hanno gambe e tacchi cremisi

Per praticarti fori alla base del cranio –

Così mi tenesti appeso-crocifisso alla liana zincata

Della funicolare del Cerro.

Con resina araucana firmammo un patto di reciproca belligeranza

Mentre Pacifico scompigliava la scrima della schiuma

Di alghe carboniche nell’isola vulcanica.

Puntammo la prua terrestre, la intagliammo in nadir

(Avevamo più occhi di quelli necessari per lacrimare)

In cantieri primitivi montarono nautili in luogo ai nostri padiglioni auricolari

Per condannarci ad auscultare dalla valle rigata dal Carmenère

Le detonazioni del mare

come otarie stordite sui bulbi delle petroliere.

In un esperimento complementare mi applicarono

45 colli da cui, su cui

per cui

torcere lo sguardo su un panorama obbligatorio

L’ultimo necessario

sulla valle dove alluminio ed eternit declinano

il delirio cromatico del Pantone.

Ci riconsegnasti nell’unica dimensione che ti è possibile, Cile

Verticale, come la lingua fibrosa dell’alpaca

Ci strofinammo sul cactus sodo

Fino a consumarne gli aculei, mentre il cielo di pellicani immobili

Blindava i cortili sterili della Patagonia

Ingoiandoli nella sua pappagorgia.

Sei un velo inadatto alla pietà, Cile

Sei nel palo dell’alta tensione, trifase, in costruzione

Disteso

O forse arreso – vinto

Sei un cristallo di pioggia acida, ereditato dalla mia schiena al finestrino

Di questo autocarro che ci contiene

Non sai discernere la Cordigliera della guarnizione

Da quella della palizzata che ersero

Per archiviarti nella pozza

Di colori primari

Che ti generarono.

Diapositive

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Era qualcosa tipo l’estate 

nel suo miglior agosto

era un viaggio per fabbricare vesti

che mancavano

era una mappa arrogante, che si ritiene

la miglior approssimazione della realtà

fino a quando non viene sostituita

da una sua stessa versione successiva.

Era uno sbarco al termine del quale ti chiedi

quale sia la cosa più strana

te stesso, o la terraferma.

Era troppo tardi per viaggiare

o anche

solo

per trovare una ragione 

per farlo sembrare ancora ragionevole.

Quanto a me

ero morto

ero un feto

ero incinto

ero la smorfia del giocatore di poker

che sa di aver appena pescato la carta perdente

ero appena nato

ero il fotografo di un santo, che ride

devo tornare a quella camera, nera

sordida

devo tornare da quella cosa, nera

umida, che ho lasciato in mezzo alla strada

devo tornare a essere

vallata di terrazzamenti

verdi

che si ripetono.

Abbiamo

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Abbiamo sonno, un sonno che si tramanda da generazioni, il sonno

di Neanderthal, Cheope, Muzio Scevola, abbiamo capacità di concentrazione

inferiori alla trota iridea dei Grandi Laghi del Nord Italia, e abbiamo

Il momento nella vita in cui scopriamo le donne, o forse sono le donne a scoprire noi, abbiamo

Dei prima, dei poi, abbiamo assegnato arbitrariamente

Alla nostra vita sensi che non le furono designati, per questo

Abbiamo barbieri capaci di leggerci la mente attraverso le tempie,

attraverso forbici che sono buone conduttrici di empatia con le recisioni,

Barbieri-professori indulgenti ci chiedono esattamente quello su cui vogliamo essere

Interrogati, mentre ci massaggiano la testa col balsamo alle ortiche.

Abbiamo polluzioni notturne in stanze d’hotel dove una cameriera formosa

ci ha allungato di straforo un profiterole avanzato dal buffet della mattina.

Abbiamo lo zenzero, la galanga, il cardamomo,

l’olio, purché di ricino, pensiamo

sia un diritto inoppugnabile avere

gambe

nude

che ci consegnano colazioni a letto, bisbigliando al cuscino “hai

russato come un capibara, tesoro”. Abbiamo

spazzolini abbandonati, dimenticati in sarcofagi di trousse

di Chanel, appartenenti a donne di cui non ricordiamo il profumo.

Abbiamo i cristalli della neve, a ricordarci

L’inadeguatezza della nostra patetica asimmetria. Per questo,

abbiamo altari, per scoprirne le loro versioni miniaturizzate.

Abbiamo sete, e sabbia per placarla; abbiamo

Impegni inderogabili che procrastiniamo per la quisquilia

Di un corteggiamento, un flirt con la cassiera del cinema

Che ci sorrideva per il ricordo di una battuta precedente.

Abbiamo il sole delle nostre città, infiammato

Come un’appendicite, quando l’alba è ancora una promessa

Tutta da verificare. Abbiamo il progresso, la certezza

Del progresso, l’incedere, la fermezza dell’incedere,

cos’è il progresso, dov’è l’incedere, verso cosa,

abbiamo la fine della fruizione.

Abbiamo microscopi, per analizzare le oscenità delle gocce

D’acqua, penetrarne i nuclei, possederne le formule sostanziali.

Abbiamo vestiti che sopravvissero

Ai loro legittimi proprietari, altri

Che ci sopravvivranno, senza che nessun Esopo

Ne sappia più ricavare alcuna morale da fiaba.

Abbiamo cognomi lunghi per supplire alla

Brevità del nostro cazzo, abbiamo collezioni

Di Bibbie consunte, dalle copertine rosse, rubate

In motel durante quel viaggio transappenninico,

abbiamo psoriasi, artriti congenite, denti sporchi come

i cessi della stazione di Orano, malattie ereditarie ancora

non manifestatesi. Abbiamo riporti ridicoli, riposti i sogni

in cassetti la cui chiave smarrimmo nella sezione hard

della Videoteca VideoVip. Abbiamo la boria dell’ambizione,

il complesso di Edipo, album di figurine cronicamente incompleti

abbiamo grucce frequenti, dislocate in ogni stanza dei nostri monolocali

di periferia, cui appendere i nostri fallimenti

quotidiani, abbiamo pile crescenti di libri sul comodino

per accrescere il nostro senso di inadeguatezza

 

eppure

 

ostinatamente

 

ho la certezza, cesellata nel porfido di Luserna, che

è valsa la pena di tutto, per finire seduto qui, ora,

su questa sedia cigolante crivellata di gomme da masticare

stratificate nei secoli, ad ascoltare

fingendomi distratto, il resoconto della tua giornata

in ospedale e la lista dei prodotti in saldo al Lidl,

provenire

dal fiato guaritore

della tua bocca.

Di mappe e voli

da “Radici Aeree”, ed. Leucotea, pag. 16.

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Buona parte di quello che ritengo significativo negli ultimi anni della mia vita è avvenuto dentro una carlinga, che mi fa da cielo in media un’ottantina di notti l’anno.

Dentro la carlinga c’è tutto quello di cui ho bisogno: sedili reclinabili fino a un angolo di ventotto gradi; un monitor con una selezione di film indiani, russi, francesi, tedeschi, italiani; un telecomando con cui selezionare il palinsesto che preferisco oppure giocare a tetris.

Dentro la carlinga premo un tasto e arriva una hostess che asseconda ogni mio desiderio enogastronomico*.

(*Il prodotto servito durante il volo potrebbe essere surgelato)

Dentro la carlinga ho pantofole di carta biodegradabile; una mascherina per favorire il sonno o distrarsi dall’insonnia fingendosi supereroi; uno spazzolino da viaggio; salviette rinfrescanti che, quando le uso per tamponare la barba, la lasciano impregnata per ore di un olezzo al limone; una copertina per le ore più fredde. Con alcune compagnie aeree, ho finanche diritto a un paio di calzini che favoriscono la circolazione. In nessun caso, comunque, alla fine del volo riesco a rimettere le scarpe senza dover allentare le stringhe.

Dentro la carlinga, nel monitor davanti a me – da cui solo raramente riesco a staccare gli occhi – ho all’occorrenza persino mappe mobili, spesso proprietarie, raramente fedeli. Mi raccontano in 2D il mondo in proiezione di Mercatore, che ha il pregio di essere isogona, ma l’immenso difetto di deformare le proporzioni verso i Poli. Sul globo, pertanto, questa proiezione fa sì che la rotta degli aeroplani risulti inspiegabile, perché ortodromica, mentre le rotte migliori, nel mondo reale, tendono a non curarsi delle nostre convenzioni.

Mai mi sono imbattuto in volo in proiezioni di Peters, che mantengono le vere proporzioni del pianeta, rendendo immensa – come effettivamente è – l’Africa, e ridimensionando via via i continenti prossimi ai Poli.

Benché sia cosciente della fallibilità delle leggi della portanza, dentro la carlinga mi sembra che non possa succedermi niente che davvero non desideri.

Incipit, da Kuala Lumpur

Come inizia il romanzo “Radici Aeree”, da poco edito da Leucotea? Inizia con una lettera, che è questa qua.

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Kuala Lumpur, 5 giugno 1990

Anno del Cavallo

Cara Ni,

ti scrivo per la prima volta da quando è successo. Per farlo, ho avuto bisogno di un pretesto forte, un anniversario, il primo, da quel giorno. L’anniversario mi ha colto però in un luogo nuovo, anche per me: come spesso mi succede, sono lontano da mamma e dalla nostra casa.

Mi trovo a Kuala Lumpur, in una dozzinale stanza d’hotel, a studiare la mappa del centro città che ho chiesto, come sono solito fare, alla reception. Come sicuramente ricorderai da quando ti interrogavo sulle capitali asiatiche, Kuala Lumpur è quella della Malesia.

La Malesia è una terra fatata, che poggia il tronco sulla terraferma, nella penisola delle Andamane, e la testa in quella giungla insulare intricata che è il Borneo. Il suo corpo anela continuamente alla ricongiunzione, è questo il suo feng shui, e anche la sua maledizione.

Su questa mappa, Kuala Lumpur non assomiglia per nulla a quello che il suo nome significa: “confluenza fangosa”. Lo so, Ni, a cosa stai pensando: non è un gran nome per una città, e sono sicuro che tu ne avresti trovato uno migliore. Avresti preso un foglio di carta di soia, di quelli tagliati in maniera irregolare, poi ti saresti tuffata nella scatola d’avorio che ti aveva regalato nonna, ne avresti estratto una dozzina di pennarelli e avresti fatto un disegno, che solo tu avresti potuto comprendere del tutto. Poi, alzandoti, avresti esclamato decisa qualcosa come: “Questo è il fiore di loto che mangia la montagna dorata. Anzi, no”, avresti aggiunto guardando le nostre facce contrite, “non la mangia, la assaggia solo ma non gli piace, e allora ritorna a giocare nello stagno del re”. Io avrei preso il grosso pennello dallo sgabuzzino comune, l’avrei umettato e ti avrei portata sul balcone. Lì, premendo con forza sul pavimento di pietra cotta, ti avrei insegnato come sintetizzare quello che avevi appena detto in pochi ideogrammi. Tu ne avresti estratto un nome, e sarebbe stato un nome bellissimo.

Ma non è andata così, e non è la prima volta che le cose non vanno come dovrebbero andare.

Qualcuno decise dunque il nome di Kuala Lumpur, qualcun altro decise che quella zona sarebbe stata destinata alle ricerche minerarie, qualcun altro ancora decise che, poco lontano da lì, sarebbe nato il porto commerciale più importante dell’area.

La Malesia è un Paese musulmano: tutti credono in un Dio chiamato Allah e che Maometto, un signore vissuto parecchi secoli fa, è il suo profeta. È una religione molto potente, e il suo testo sacro, il Corano, ha saputo creare immagini di una forza e di una bellezza viste raramente nel corso della storia della letteratura.

In Malesia ci sono sette re, uno per ogni provincia, e ciascuno di essi a rotazione guida il Paese per un certo periodo.

Il mio hotel è nel pieno centro di Chinatown, un quartiere che ospita la nostra numerosa comunità di immigrati, e non è lontano da dove, com’è indicato nella mappa dell’hotel, sorgeranno le Petronas Tower, che – dicono – saranno pronte entro qualche anno, e che saranno l’orgoglio di tutto il Sud Est asiatico. Dicono anche che ci vorranno quarantamila tonnellate di acciaio, che è una quantità che non riesci a immaginare, piccola, e non riesco neanch’io. Dicono che dentro ci saranno trenta ascensori, quelle scatole di ferro che abbiamo visto quella volta che siamo andati insieme dalla zia Qing, e che per poco non scassavi a forza di schiacciare tasti a caso. Dicono che un giorno anche in Cina costruiremo cose così grandi e spettacolari, e dicono che Shanghai diventerà più importante di Pechino, Londra, Parigi e New York, quel posto dove ci sono le altre due torri gemelle.

Non vedo l’ora di vedere insieme questo nuovo mondo di meraviglie. È passato solo un anno e per me sono stati almeno due secoli.

Ti aspetto, piccola.

Papà

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