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Poesie per Aeroporti e Stazioni

Scritti di Filippo Lubrano (previously "Quanto a lungo riesci a trattenere il fiato")

Lettera a Una Figlia Nata Sul Mare

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Ora che esisti
Ora che sei evidente

Una persona nuova

E galleggi nel mare della vita
E il mio ruolo è di tenere la mano sotto la tua pancia
Finché non saprai farlo da sola

Ricorda
Quando sarai al largo

D’imparare a distinguere i pesci per nome:
Così che dove gli altri vedranno l’omogeneità dell’acqua
Tu vivrai
Viva
La Fiera di Poseidone.

E diffida sempre dei fondali troppo compiacenti
Che invitano all’ancoraggio:
È lì che attentano le meduse più urticanti
le secche più spaesanti.

Impara la fedeltà dal parabordo
Che serve solo la sua nave
E non bada alle torture del molo.

Nella burrasca, non misurare mai l’altezza delle onde
Ché quel che conta non è l’intensità dei marosi
Ma quanto perdura il loro ricordo
nello sguardo di chi li contempla.

E disponiti da subito alla siccità,
Così che ogni giorno di pioggia
Sarà un giorno a cui brindare.

Riconosci poi la tua corrente,
Accettane il conforto sciamanico.
Ma quando la linea della vita sul tuo palmo
Ti apparirà estranea
Non esitare a impugnare il serramanico
Per tracciarne una nuova, mediterranea
– Come già fece Corto, da Malta.

E colleziona i ricordi dell’esistenza
Come fanno i fondali:
Senza catalogarli,
Scevri di rimpianti
Vergini da speranze.

Cerca il criterio che per te più vale
A misurar la vita:
Che sia il peso del pescato
La minimizzazione del rischio sismico
La vicinanza a una fonte potabile.

Sii sempre boa, mai bitta:
Esposta
Libera di seguire le correnti
Memore dell’ingombro salvifico da cui provieni
Salda, fluida, dritta.

Non lasciarti mai delimitare da aggettivi terreni:
Buona, acuta, bella, sconosciuta.
Fatti corteggiare solo da chi ha la pelle d’alghe e licheni
E ancora odora di salmastro.

Conduci la tua vita come il guardiano del faro:
Per quanto in solitudine
Regalando la luce intorno a te.

Osserva e annota le squame del dentice
Battezza i ciottoli di pietra pomice
Salmodia gli incroci taumaturgici delle nasse
Celebra il teatro delle pescherie.

Accogli la vita,
come il porto riceve il mare.

E se mai dovrai farti stretta
Come il canale
Sii sempre l’acqua che unisce,
Mai lo stagno che divide.
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tutto in minuscolo

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tutto in minuscolo

Tra le cose assurde che facciamo
C’è che respiriamo
Per tutta la vita
In continuazione
Senza motivi apparenti.
È perché c’è stanchezza nelle parole
Che gli uomini usano sempre le stesse
I costrutti già pronti
Quand’è stata l’ultima volta che hai chiesto
Come stai
E ti sei fermato ad ascoltare?

Con te, le parole ebbre
Con te, le labbra prone
Noi – capaci di forgiarle
Tramutarle in prole
Da crescere tra i bonsai
tutto in minuscolo
tutto in minuscolo.

hai fatto alla mia vita
quello che le corbusier fece con l’architettura
non c’era parigi
prima che tu cantassi mina
sotto la mia doccia.

‘in che anno vorresti morire?’ ci domandammo
ché le domande sono lo sperma delle conversazioni
userò con te l’accortezza degli avverbi di dubbio
anche quando sarò sicuro
e farò di tutto per non conoscerti mai
ché è con gli estranei che diamo sempre il meglio.

tra le cose assurde che ho fatto
c’è stato lasciarti su quel pianerottolo
perché non riuscivi a capirmi
ora che sei l’unica
che vorrei non tacesse.

è verosimile, che all’alfiere io preferisca il cavallo
magari è meglio non beva altra birra
probabilmente tornerò nel Quarto Vuoto
forse ti amo
e certo
certo
le nuvole sopra pigalle non ci faranno ombra.

 

A Forma d’Islanda

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In questo Paese in cui i senzatetto usano il congiuntivo
E nel cielo c’è una nuvola a forma d’Islanda
Vorrei varare un mestiere aggiuntivo
Che paghi non le mie azioni, ma la mia abilità nel porti una domanda.

Ricordi come stavo il giorno in cui mi cercasti
L’ultimo pomeriggio inconsapevole a degustare bottiglie
Senti questa Bonarda! E il Barbera d’Asti?
poi il tuo messaggio che ostruiva dighe, rovesciava chiglie.
Quel termometro in mano
Che non contava i gradi
Io, deliscato sul divano,
Un pezzo del Tetris che ignoravi
Ogni riga, un codice di Hammurabi.

Ci sono ancora, oggi
Che il sorriso di circostanza ne ha creato uno vero
Ci sono ancora, oggi
Che ‘vero’ non vuol più dire quello che voleva dire 6 mesi fa
Ci sono ancora, oggi,
Ancora, qua
Mentre hai bisogno
Tu che non avevi mai bisogno
Mentre mi concentro sui crateri
Mentre mi sottraggo ai miei doveri
Mentre immagino dov’eri
Lo scorso anno
Quando il radar dei tuoi occhi non mi aveva paralizzato ancora
Mentre immagino dove saremmo, ora
In Islanda, su una nuvola analoga
in Uzbekistan su un cavallo a strisce
alla Foce, a raccogliere un fico, una fragola
Mentre Pavarotti nitrisce
Il tuo sguardo distante che mi zittisce
Oppure altrove, altrove
Una voce che si chiede dove
Sia l’altra, ad oltranza
Cercarsi nel letto – ma di un’altra stanza.

Guarda Come

Tartarughe-Paestum
Guarda come spero
Meglio di chiunque altro
Nonostante le evidenze quotidiane
Follemente concentrato sull’impresa
come il piccolo di tartaruga espulso dall’uovo
Nella spiaggia dei varani.

Guarda come sono convinto
com’è fermo l’indice mio
Quando punta te
– scegliendoti, sciogliendoti
Per godere della colpa di aver scartato tutti gli altri,

Guarda come catalogo ogni mio pensiero
Per numero di shock pregressi
E ore di solitudine necessarie a processarli
– Ogni nostro gesto è rivolto alla Madre
Dal giorno in cui togliemmo i braccioli.

Guarda come è tutto vero
Finché la Parola non si assembla in Manifesto
Finché la Poesia non diventa Editto.

Guarda come sorride quel pettine sul tavolo
Ricordo esule di quando lei era qui
E tutte le notti, e tutti i giorni
E tutte le notti e i giorni
Mi faceva rientrare nel Paradiso terrestre
La mia Eva abusiva
Non ti scopriranno
Non ci scopriranno
Non ci scopriranno
Fino a quando non copuleremo
Nella cambusa del gozzo di Noè
Scelti da nessuno
Per perpetuare la specie.

Guarda come faremo dei nostri palmi remi
Nei continui guasti meccanici
Per girare in tondo
Vorticando, un uragano liquido
Tentando di sprofondare
Guarda come
Useremo Dio
Per odiare gli uomini.

Guarda come sono bravo a trovarti
Anche dove non avresti pensato di scappare
Dopo l’ultimo litigio
Sei nella coppia di anziani con la sedia in plastica
Sul marciapiede della statale
A fianco della casa cantoniera
Quella coppia siamo noi
Se i polimeri reggeranno a sufficienza.

La verità risiede solo nel quinto trimestre
– quello del maggese
E questo è quanto.

Taro dice

tsukiji
Taro dice

Taro dice: non rimandare a domani
le pulizie di oggi.

Taro dice: prima di agire
considera la situazione
nel suo complesso.
Stabilisci
dove sei più utile.

Taro dice: evita l’aria condizionata
accetta le stagioni.
Taro dice: esprimi gratitudine
per i cambi di stagione.
(Dentro di me
gli spiriti
Dentro di me
una guerra idrica)
Taro dice: sostituisci regolarmente
i fogli
delle tue porte di carta Shoji.
Taro dice: fallo insieme ai tuoi figli
capiranno l’importanza
di astenersi
dal bucarle.
Taro dice: non c’è differenza
tra corpo e monastero.
Ogni spazio intorno a te
sia il tuo altare.
(Dentro di me
il pulviscolo degli acari
controluce
Dentro di me
il traffico di Shibuya)
Taro dice: i giorni che contengono i numeri 4 e 9
riservali al rammendo dei vestiti.
Taro dice: se la tua relazione con gli oggetti cambierà
cambierà anche quella
con le persone.
Taro dice: parla poco.
Taro dice: ci sono parole
così fragili
che solo a dirle
rompono l’oggetto che volevano descrivere.
(Dentro di me
una cerimonia di silenzi
Dentro di me
un urto anelastico)
Taro dice: tutte le forme
più alte
di saggezza umana
scoraggiano la riproduzione.
Tutte le forme
più alte di saggezza
conducono all’estinzione.
Taro dice: la diversità
è l’unica cosa
che abbiamo davvero in comune.
Taro dice: la mano sinistra è quella
che usiamo in bagno.
Taro dice: anche per via dei mancini
è meglio salutarsi con un inchino.
Taro dice: la vita più confortevole
è quella priva di possedimenti.
(Dentro di me
anguille elettriche
Dentro di me
i conigli della luna)
Taro dice: non starmi così vicino
rispetta la mia prossemica.
(Mentre lo dice
fa due passi
piccoli
indietro,
ritrova l’equilibrio)
Taro dice: se sei la persona
più intelligente
nella stanza
sei nella stanza
sbagliata.
Taro dice: ricordati di respirare
profondamente.
Ricordati che stai respirando
Mentre respiri.
Taro dice: quando respiri
facci caso.
Arriverà un momento
in cui non succederà più.
(Dentro di me
l’egoismo salvifico
Dentro di me
la paura di sentirti dire:
Smettila
Di sporcare
La mia
Vita).

Charing Cross, next Station Charing Cross

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C’ho messo un po’ a capire cosa mi piace della metropolitana.

È il profumo delle pastiglie dei freni.

A Parigi, aveva lo stesso odore delle panetterie con le baguette alle noci

E poi il fatto che basta inciampare

Basta distrarsi

Per essere scomposti in un Pollock di endocarpi e tessuti

Così poco è sufficiente

Per cancellare i nostri nomi dal libro della Vita.

 

Se le scale mobili sono lunghe a sufficienza

Non capisci più se stai salendo

O sul punto di essere inghiottito.

 

Mentre le salgo, o le scendo

Comunque stando fermo

realizzo

come vorrei sei mani

per reggere tutti gli ingombri

che ho reputato necessario

portare con me

E come vorrei dodici intestini,

per poter digerire i piatti di tutti questi ristoranti

la catena messicana

il take away eritreo

quel posto dei ramen.

E otto piedi

Per quadruplicare la velocità del city sightseeing

E cinque cervelli

Per godere contemporaneamente in cinque corpi diversi

Ché non è la fantasia

Ma il ricordo

La miglior materia per l’autoerotismo.

Se togliessi alla mia storia

Tutte le parole pronunciate

Solo per autodeterminarmi

Rimarrebbero solo quelle per ordinare da mangiare

E quella volta che le dissi

“Come sei bella

chissà che vita noiosa devi avere avuto

per essere così”

 

Eppure io non riesco a ricordare niente

Chi ero, quand’ero altrove

La sensazione del caldo, quand’è inverno

La pelle d’oca quando m’annoio

 

Devo correre

Per essere ovunque

 

Come per il portiere del Subbuteo

Come per gli elettroni

 

Diventiamo solidi

solo

Se siamo in movimento.

Di Tutti

abaco

Di tutte le intelligenze, quella emotiva

Che connette i pensieri, fonda la gentilezza.

Di tutte le leggi fisiche, l’attrito

Che abilita la passeggiata, il biliardo,

scopare.

Di tutte le mappe, una batimetrica

Per misurare i recessi dove affonderò

Se non sarò all’altezza di tutto

Se tutto sarà surreale.

Di tutti i colori, l’indaco

Che per gli indiani è conoscenza

Per noi, il pigmento dei blue-jeans.

 

// Dicono che la pelle cambia completamente

Ogni sette anni.

Sette anni e non esisterà più una tua cellula

Epiteliale

Che io avrò sfiorato. //

 

Di tutti gli strumenti di calcolo, l’abaco

Che educa all’importanza della posizione

E decide i destini del mondo.

 

Di tutte le energie, quella solare

Che irradia dal sorriso che prepara alla tua risata

Una centrale che si misura in Terawatt.

Di tutti i venti, quello libico

Che penetra il Golfo e lo spariglia

Prima di diventare favonio.

 

Di tutti i mesi, marzo

Di tutti gli anni, quello del Cane

Cioè il presente, quello improcrastinabile.

Di tutti i sogni, quello dove io sono nudo

Ma non annego

Di tutte le dita, l’indice

La stampella della Meraviglia.

Di tutte le discipline, il parkour

Che appoggia i denti sul marciapiede

E ha il mondo come parco giochi.

Di tutti i mari, il Mediterraneo

Di tutti i materiali, il legno

Di tutti gli utensili, l’imbuto

Che sa selezionare sempre la dose giusta.

Di tutti i suoni, il tuo primo mugolio al mattino

Di tutti i rizomi, lo zenzero.

Di tutti i ristoranti, la trattoria

Che ha porzioni abbondanti,

vini e osti sinceri.

 

Di tutte le figure geometriche, il cerchio

Di tutti gli Dei, Mercurio

Che si rompe dividendosi, e contamina tutto.

Di tutti i gesti, l’abbraccio

Che unisce due, separa il mondo.

Di tutte le bandiere, il Nepal

Di tutti i liquidi, quello seminale

Di tutti i vegetali, il broccolo romano

Che porta i frattali negli orti

Di tutti i lungomari, Beirut

Di tutti i numeri, l’ultimo,

dispari

Di tutte le paure, quelle sopite

Di tutti i precipizi, quello che mi si apre nel petto

Mentre

immobile

ora

ti guardo

andartene.

 

 

Città come Te

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(estratto dall’omonimo libro di Ettore Alinghieri)

“Il tuo Gide aveva torto”, mi disse più volte Fusco. “Non è vero che partire dà felicità e ritornare fa tristezza”, spiegò. “Ritornare a Spezia mi fa sempre felice”, commentò convinto.

Una delle ultime volte che ritornò (prima di andarsene per sempre, da questo e da ogni altro possibile punto dell’universo), Fusco mi sottopose a una delle sue irragionevoli prove d’amore.

Amava hors frontières questa città. E voleva assicurarsi che anch’io l’amassi davvero. Non nel frigido senso degli intellettuali: senza passione.

Mi accusava di litérature, di ipocrisia.

In fondo, dubitava del mio amore per lui stesso.

Mi chiama ipocrita, bacialibri (beccialibri, talvolte). Incapace di forte sentimento.

Crociano com’era (carogna di un Fusco, giacobino del ’45, com’era crociano!) sosteneva che se avessi avuto un autentico love per Spezia, avrei scritto di essa.

“L’intuizione nasce dal sentimento”, mi urlava sul viso, “e l’intuizione è, essa stessa, espressione.”

Mi difendevo, dicendo che non ero lui. Non avrei mai posseduto l’emotiva creatività di “Curacasi”. Pur se mi inginocchiavo, ripensando al suo racconto stupendo.

“Perché non hai fatto come Malaparte?” sbraitava recitando. “Avresti voluto scrivere Città come me?” inquisiva.

“Nemmeno per sogno”, rispondevo.

Allora, Fusco mi contestava di essere stato il rappresentante di Malaparte alla Spezia, in anni lontani. “A quel tempo, non c’era di meglio”, replicavo. “Comunque Suckert aveva scritto Kaputt“, obiettavo, con discreta energia.

Azzardavo: “Da Il Volga che nasce in Europa, anche tu hai imparato qualcosa”.

Capivo che la sua requisitoria non sarebbe finita. Era chiaro che Fusco cercava una folle rissa d’amore.

“Sei stato un leccapiedi”, mi disse sdegnato. “Tu hai lodato perfino quella banalità teatrale: Anche le donne hanno perso la guerra.”

Replicai che mi sedusse il telegramma che Malaparte ricevette da Salvini, dopo la consegna del terzo atto.

Malaparte lo lesse a Villa Hildebrand (“nel Forte dei Marmi del Fusco giacobino”, precisai) di fronte a Patroni e a me. “Patroni fu molto più effusivo di me”, protestai.

Niente da fare: ero in piena bagarre.

“Perché”, mi chiese, a muso duro, “non scriveresti Città come me?”

Risposi che amavo gli spezzini, non la città. Amavo i picari, i paisanos, la gente di Tortilla Flat. La gente venuta da lontano, da fuori: come lui, come D’Andria, dalle Puglie.

Dissi che, in fondo, la città che amavo era quella universale di Wilder: una qualunque divina Grovecorners.

Fatta di uomini consapevolmente sospesi fra la vita e la morte, tuttavia non lacrimosi, non retorici, non storici.

Di uomini, continuai, che parlavano un italiano senza cantilena, senza cadenza, senza vanteria.

Uomini che non avevano, come me e come Tennessee Williams, “un povero cuore spaventato”.

Fusco mi concedette una breve sospensione di serenità. Quindi mi condusse, paternamente, in piazza Chiodo.

“Guarda la Porta di Brandeburgo”, mi disse, indicando la solenne Porta Centrale dell’Arsenale (capolavoro del provinciale ma eroico Piemonte). “Guardala quando è spalancata, in un giorno di sole, come oggi”, insistette.

“La vedi la collina, alle sue spalle?” domandò.

“Sì”, risposi, vergognandomi di non aver amato la città, nella sua preziosa materia.

“Ora, voltati verso Piazza Verdi”, esortò.

“La vedi la opposta, lontana collina di Migliarina?” chiese con indulgenza.

“Sì”, risposi, con vergogna crescente.

“Guarda la via Generale Chiodo, da qui”, mi impose con fermezza. “Fa’ dei confronti, forza! Dammi un termine di paragone. Osserva i giardini”, continuò.

“Cosa mi opponi?” domandò con esigenza: “Edimburgo? Digione? L’Acquasola?”.

“Scusami”, bisbigliai. “Hai ragione, amo la città.”

“Città come me?” chiese con potenza, riproponendo l’amore letterario di Malaparte.

“No”, risposi con rabbia orgogliosa. “Città come te, come il maestro, come Patroni, come D’Andria, come il Teo.”

“D’accordo”, disse con viso di Gletkin.

“Dimostramelo”, aggiunse, con lo stesso viso.

Come altre volte nel passato, Fusco mi chiamava a una grottesca e folle ordalia.

“Dimostramelo”, ripeté imperiosamente, dinanzi al maestro e a Patroni.

“Come?” chiesi smarrito.

“Qual è la vita nella quale vorresti nascere, morire, poi rinascere, di nuovo morire, così all’infinito?” domandò, con voce di Caligola.

“Via Manzoni”, risposi, cedendogli con sincerità (in quella via, o all’incrocio di essa, avevamo abitato da sempre io, lui, Patroni, Sforsi, compagnia bella).

“Bene”, disse Fusco. “Poiché siamo a due passi, andiamo a rivederla.”

Dopo pochi minuti, eravamo nel sorridente teatro della nostra adolescenza.

“Eccoci all’angolo inferiore della via che tu ami”, esordì Fusco, mostrandomi, a partire dai Giardini, l’intero sviluppo della strada.

“Cosa sai di lei?” domandò.

“In che senso?” gli chiesi, intrigato.

“Sai quanto è lunga?” precisò.

“Non so”, risposi. “Dai Giardini alla collina?” insinuai.

“Certamente”, approvò, “Dai Giardini al Colle, Salita San Giorgio inclusa.”

“Duecentocinquanta metri?” azzardai.

“Sii preciso”, ordinò.

“Insisto”, dissi umilmente. “Duecentocinquanta metri, più o meno.”

“Più o meno, la strada che dici di amare?” bacchettò.

“Benissimo”, aggiunse. “Se tieni davvero a essa, misuriamola.”

“Come?” domandai allarmato, conoscendo la lirica follia dei suoi esperimenti.

“Mettendo il piedino così”, rispose malvagiamente, accostando il tallone del piede destro alla punta del piede sinistro, quindi il tallone del piede sinistro alla punta del piede destro, in accurata e sorridente progressione.

“Piantala, ti prego”, supplicai. “ci prenderanno per matti. Dovremo attraversare via Don Minzoni, via Chiodo, via del Torretto. Intralceremo il traffico. Ci porteranno in Questura, se non direttamente a Volterra”, dissi terrorizzato, cercando l’aiuto del maestro e di Patroni.

“Inutile invocare aiuto”, disse Fusco, con autorità di mafioso.

“Vediamo l’abnegazione. O misuri la tua strada con me, o perdi la strada e l’amico.”

Alternativa folle, ma la scelta era ovvia.

“Va bene”, dissi. “L’unità di misura è il mio piede o il tuo?” chiesi.

“Il mio”, rispose prontamente. “Il mio è più piccolo e più preciso.”

Patroni ebbe l’abusivo compito di assicurare il blocco del traffico nella via Chiodo (la principale strada della città).

Effettivamente il traffico fu bloccato dall’assurda esibizione.

Fusco muoveva un piede dietro l’altro con la grazia femminea di un ballerino classico. Affinché i piedi non debordassero da una rigorosa linea retta, Fusco teneva le braccia rigidamente spalancate, come camminasse sul filo. Col suo fisico charlottiano, le braccia in posizione di aliante, lo sguardo schizzinosamente amoroso, trascinava tutti nella mimica poesia di Luci della città.

La gente riconobbe subito Fusco, Gino Patroni, maestro Cogliolo, il sottoscritto.

Tutti compresero che Fusco, con straordinario atto di follia, stava esaltando, con se stesso, la città nella quale tutti vivevamo.

Probabilmente compresero (non si sa come) che neppure Manzoni in persona avrebbe celebrato la strada con così categorica devozione.

Molti si aggregarono all’irripetibile processione. Un piede dopo l’altro, molti concittadini, spalancando le braccia come funamboli, partirono per conto loro. Un’incredibile processione, da Circo Orfei.

Arrivarono i vigili, ma non si sentirono di interloquire nell’accertamento tecnico-poetico del genius loci.

Patroni avvicinò l’appuntato e, con grande rispetto, gli disse: “Guardi Fusco, appuntato. Ha i piedi in terra, ma è come se fosse sul filo”. Il vigile assentì. E Patroni aggiunse orgoglioso: “Ricorda Zarathustra? Ricorda il funambolo? Lo ammiro – disse Zarathustra – poiché rischia”.

L’appuntato guardò Patroni con deferenza. E questi completò la delirante citazione: “L’uomo deve superare se stesso, poi morire”.

Il conto di Fusco, al termine della salita San Giorgio, fu di 870 piedi. Le risultanze dei molti pellegrini misuratori concordarono. Alcuni geometri sapienti stabilirono una media attendibile.

“Lei è geometra?” chiese Patroni a un signore strenuamente interessato.

Ricevuta risposta positiva, Patroni si rivolse a un altro. Anche questi rispose affermativamente.

“Strano” osservò Patroni, “parecchi geometri, fra gli interessati.”

“Relativamente strano”, commentò garbatamente il maestro. “Nell’ingresso della Scuola Platonica, v’era scritto: qui entrano soltanto i geometri.”

La prova non fu sufficiente.

D’improvviso intuii, con profonda commozione, che il mimo divino presentiva l’imminente abbandono.

“Indicami un’altra strada”, mi disse, questa volta, con affascinante dolcezza. “Mostrami la patria del tuo cuore”, disse con generoso sorriso. “La tua Itaca”, aggiunse, quasi carezzandomi con la voce. “Mostrami la tua vera amante”, mi chiese, con virile melodia.

Guardai il maestro e Patroni. Capii che, più di sempre, dovevo obbedire.

“È una via brutta, umida, stonacata, grigia e puzzolente”, dissi. “Il luogo più squallido del mondo”, aggiunsi. “L’autentico opposto dei Campi Elisi: la sintesi del casino da due soldi, della farinata in mezzo al pane, dei bicchieri color urina del Cantinone.”

“Parla”, impose Fusco teneramente. “Declina la topografia”, scherzò pomposamente.

“Via Marsala”, dissi. “All’angolo con via Magente, dove il Vilàn, Lopedote, Vanacore, appoggiavano la schiena, il gomito, la gamba nel sudicio muro. Arrotolando una sigaretta con tabacco color letame. Restando in silenzio, senza attendere nessun angoscioso Godot. Senza mai avvertire il tempo interiore, per distinguerlo dal tempo registrato.”

“L’autentico Liceo”, conclusi. Senza recitare: per la prima volta nella mia vita.

“Brav”, disse, con affettuosa superiorità, Fusco.

Seguito dal maestro e da Patroni, si avviò al luogo dell’orgogliosa e naturale miseria. Cioè, della poesia.

“Vuoi dire questo punto? Questo preciso quadrivio? Queste pietre fredde, dure, grigie, piene di piscio, smussate dalla miseria?” domandò.

“Sì”, risposi. “Questa è la città come Te. Piena di niente, se non di silenzio, di spontanea volgarità, di tranquilla attesa, di naturale bestemmia, di fede contenuta nella felicità”, urlai, quasi.

“Questo è il-lucido-autentico di Cannery Row”, aggiunsi, “l’originale è stato rubato da qui.”

“Proprio questo muro? In questo angolo?” insistette Fusco.

“Sì”, insistetti a mia volta, con accanimento, “proprio lì, si appoggiava D’Andria, tacendo nella sua severa dignità.”

“Allora, lasciate che io faccia l’amore, per l’ultima volta, con questa autentica Città del Silenzio”, disse Fusco, con la voce di un Pontefice virile e blasfemo.

“Altro che D’Annunzio, con il suo chiassoso e squisito Rinascimento. Questa è la città tutta contenuta nell’anima dei suoi concittadini, dei suoi moscardini. Che non è affatto, al di fuori di essi. Che non ha storia. Che non è mai stata, se non nel nostro purissimo cuore di malavita. Ecco, l’umile città fondata sull’acqua, cara a Keats.”

Così dicendo, Fusco si avvicinò al sudicio cantone e cominciò a carezzarlo. Poi, a baciarlo, tentando di abbracciarlo interamente.

Lo morse amorosamente.

“Mordilo anche tu”, mi ordinò dolcemente, volgendo il viso, per un attimo, verso di me. “Mordilo anche tu”, ripeté, “se ami davvero questa città e la sua anima.”

Ormai, dinanzi al maestro impassibile, a Patroni esterrefatto e a me commosso, il grande Fusco stava consumando un illimitato e sovrumano atto di amore.

Poiché stava calando la sera (la sera delle stelle, dei pipistrelli, delle madri, degli amanti, delle fogne, di Montecarlo, di Stevenson, di Baudelaire, dell’alto notturno volo di Saint-Exupery, dei ladri, dei malandrini) una jeep della polizia si fermò nei pressi.

Il maresciallo che ne discese si accorse subito di non avere a che fare con giocatori di tre carte. Ci riconobbe. Restò senza parole.

Fusco era stretto in amplesso erotico con l’angolo giallognolo e vizzo, come una vecchia meretrice.

Maestro Cogliolo cercò di nasconderlo, coprendolo con l’esile schiena e allargando le braccia.

Io e Patroni ci schierammo dinanzi al maresciallo.

“Ha mai posseduto una città, maresciallo?” domandai, con decisione.

L’anziano sottufficiale capì che stavamo celebrando un altissimo esoterico ringraziamento.

“No, avvocato”, rispose umilissimo.

“Noi sì”, dichiarai, con estatica tenerezza.

Il maresciallo fece un inchino e risalì frettolosamente, sulla jeep.

Ti Ho Chiesto

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Ti ho chiesto di dirmi le cose che per te contano

I 7 giorni più belli

quanti cucchiaini di zucchero nel tè – zero

se usi il mezzo marinaio per governare la rotta della tua vita.

Ci siamo fatti nodi ai fazzoletti per tenere a mente promesse semplici

formulate in altre lingue, per nasconderne la vergogna

le leggi del buon senso

su cui è così facile trovarsi d’accordo

applicarle, una salita al Golgota.

Ti ho riconosciuto subito per quello che eri

Civiltà

una città nuova, appena fuori Lhasa

dove tutto funziona

le donne sono calme

gli uomini fedeli

e gli Dei ascoltano le preghiere.

Un centro inabitato dove domina la consapevolezza

che gli elementi furono progettati per decadere

che le formule che un giorno produssero Meraviglia

ora riempiono discariche di rifiuti tossici

anelli rivenduti al Compro Oro

le foto di quel viaggio grattate con la chiave del garage

una nuova regola dei terzi.

Ti chiedo di dirmi le cose che per te contano

Quando hai superato il complesso di Elettra

Da che parte del letto hai in progetto di dormire

Se ricordi la prima volta che hai visto il mare

e com’era

e di che colore avrai gli occhi

quando lo rifarai con me.

 

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