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In questo Paese in cui i senzatetto usano il congiuntivo
E nel cielo c’è una nuvola a forma d’Islanda
Vorrei varare un mestiere aggiuntivo
Che paghi non le mie azioni, ma la mia abilità nel porti una domanda.

Ricordi come stavo il giorno in cui mi cercasti
L’ultimo pomeriggio inconsapevole a degustare bottiglie
Senti questa Bonarda! E il Barbera d’Asti?
poi il tuo messaggio che ostruiva dighe, rovesciava chiglie.
Quel termometro in mano
Che non contava i gradi
Io, deliscato sul divano,
Un pezzo del Tetris che ignoravi
Ogni riga, un codice di Hammurabi.

Ci sono ancora, oggi
Che il sorriso di circostanza ne ha creato uno vero
Ci sono ancora, oggi
Che ‘vero’ non vuol più dire quello che voleva dire 6 mesi fa
Ci sono ancora, oggi,
Ancora, qua
Mentre hai bisogno
Tu che non avevi mai bisogno
Mentre mi concentro sui crateri
Mentre mi sottraggo ai miei doveri
Mentre immagino dov’eri
Lo scorso anno
Quando il radar dei tuoi occhi non mi aveva paralizzato ancora
Mentre immagino dove saremmo, ora
In Islanda, su una nuvola analoga
in Uzbekistan su un cavallo a strisce
alla Foce, a raccogliere un fico, una fragola
Mentre Pavarotti nitrisce
Il tuo sguardo distante che mi zittisce
Oppure altrove, altrove
Una voce che si chiede dove
Sia l’altra, ad oltranza
Cercarsi nel letto – ma di un’altra stanza.

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