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Se il mondo stesse per implodere in una supernova
Una supernova di champagne, come cantavano loro
Se il mondo stesse per finire nel giro di due settimane, diciamo
– E come se non lo stesse già facendo
Ti porterei qui
Il prossimo weekend
Se non potessimo attendere i Giorni delle Lanterne
Qui
Dove i grattacieli soffrono di anoressia
E s’appoggiano a stampelle di bambù.

Qui, ti porterei
Dove le scoliosi e le sciatalgie si curano con bicchieri sottovuoto
– si sottrae per donare, l’ho imparato qui
E le schiene diventano giochi di dama.
Non avremmo messe la domenica
Solo incensi da portare al tempio
Le ciotole di riso con le bacchette ad antenna
– I nostri parafulmini divini.

Questa sarebbe la nostra ultima città
Oltre la quale non ci sarebbe bisogno di spingersi:
Faremmo gite fuori porta sul ponte che si inabissa, prima di tornare se stesso
E avremmo copie di ogni nostro bene in carta di riso;
Ci ricorderemmo sempre che ai bimbi non bisogna mai toccare la testa.

Se ti sentissi sola, potresti andare a passeggiare fino ai Nuovi Territori
Ci sarebbe sempre qualcuno con te
A condividere la Scoperta:
Un monaco, un banchiere, una domestica, un animale raro.

Ma non ci sarà nulla di questo,
Nessuna estinzione di massa
Non almeno nell’immediato
Neanche una supernova
Lo champagne, poi, è un bene vebleniano che sopravvalutiamo
Ci saremo noi due, ancora seduti sul tappeto a triangoli isosceli,

Al buio

Mentre facciamo finta di non capirci
E di riderci su
E a gara di chi sta più abbastanza bene
Mentre il cielo
Sprovvisto su quel meridiano di stampelle di bambù
Ci prenderà per l’occipite
Con le sue mani di portoro
Un pianto di cherubino come colonna sonora e unica coordinata geografica
Senza
badarci
alcuna
premura.

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