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Poesie per Aeroporti e Stazioni

Scritti di Filippo Lubrano (previously "Quanto a lungo riesci a trattenere il fiato")

Mese

dicembre 2018

È Venuto il Tizio Che Hai Mandato

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È venuto il tizio che hai mandato
Mi ha consegnato la lettera,
Se n’è andato.
È venuto il tizio che hai mandato
Aveva una camicia a quadri simile alla mia
Gliel’hai data tu?
Era in bicicletta
Se n’è andato.
È venuto il ragazzo che hai mandato
Sembrava innervosito
Gli ho chiesto di te
Non mi ha voluto rispondere.
È venuto un ragazzo
Dice l’hai mandato tu
Mi ha chiesto scusa per te
Per tutti i tuoi errori
Dice che veniva al posto tuo.
È venuto quel ragazzo
Credo l’abbia mandato tu
Aveva la giacca stropicciata
Mi sono offerto di stirargliela
Rammendargli le tasche dei pantaloni
Mi ha lasciato la tua lettera
Se n’è andato
Non l’ho ancora aperta.
Quel signore anziano che hai mandato
Lui
È arrivato
L’altra mattina, pioveva
Ma ha sbagliato indirizzo
Ha consegnato il pacco alla vicina di casa
Ho provato a fermarlo
L’ho rincorso per strada
Se n’è andato.
È arrivato l’idraulico che hai mandato
Ha sostituito il manicotto
Sturato il lavandino del bagno
Non ha voluto parlare di te
Se n’è andato.
Il professore che hai mandato è arrivato
Gli ho offerto il tè al crisantemo
L’ha bevuto quando ha finito di parlare
Era ancora tiepido.
È arrivato il vetro sostitutivo che hai mandato
L’ho montato da solo
In camera fa ancora molto freddo.
L’acero canadese che hai mandato è arrivato
Ha i rami tozzi
Le foglie mutano al rame
Non ho ancora provveduto a potarlo.

È arrivata la tempesta che hai mandato
L’ho attesa in piedi, sul terrazzo
Non faceva più così freddo poi
Quando se n’è andata.

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Ti Porterei Qui

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Se il mondo stesse per implodere in una supernova
Una supernova di champagne, come cantavano loro
Se il mondo stesse per finire nel giro di due settimane, diciamo
– E come se non lo stesse già facendo
Ti porterei qui
Il prossimo weekend
Se non potessimo attendere i Giorni delle Lanterne
Qui
Dove i grattacieli soffrono di anoressia
E s’appoggiano a stampelle di bambù.

Qui, ti porterei
Dove le scoliosi e le sciatalgie si curano con bicchieri sottovuoto
– si sottrae per donare, l’ho imparato qui
E le schiene diventano giochi di dama.
Non avremmo messe la domenica
Solo incensi da portare al tempio
Le ciotole di riso con le bacchette ad antenna
– I nostri parafulmini divini.

Questa sarebbe la nostra ultima città
Oltre la quale non ci sarebbe bisogno di spingersi:
Faremmo gite fuori porta sul ponte che si inabissa, prima di tornare se stesso
E avremmo copie di ogni nostro bene in carta di riso;
Ci ricorderemmo sempre che ai bimbi non bisogna mai toccare la testa.

Se ti sentissi sola, potresti andare a passeggiare fino ai Nuovi Territori
Ci sarebbe sempre qualcuno con te
A condividere la Scoperta:
Un monaco, un banchiere, una domestica, un animale raro.

Ma non ci sarà nulla di questo,
Nessuna estinzione di massa
Non almeno nell’immediato
Neanche una supernova
Lo champagne, poi, è un bene vebleniano che sopravvalutiamo
Ci saremo noi due, ancora seduti sul tappeto a triangoli isosceli,

Al buio

Mentre facciamo finta di non capirci
E di riderci su
E a gara di chi sta più abbastanza bene
Mentre il cielo
Sprovvisto su quel meridiano di stampelle di bambù
Ci prenderà per l’occipite
Con le sue mani di portoro
Un pianto di cherubino come colonna sonora e unica coordinata geografica
Senza
badarci
alcuna
premura.

I’d Bring You Here

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Would the world be close to a Supernova implosion
A Champagne Supernova, as they used to sing
Would the world be about to end up in a couple of weeks, say
– wouldn’t it already be happening
I’d bring you here
Over the next weekend
Wouldn’t we be able to wait for the Lantern Days
Here
Where the skyscrapers are anorexic
And they rely on bamboo crutches.

Here, that’s where I’d bring you
Where scoliosis and sciaticas are healed with vacuum cups
– you have to subtract to donate, I learned it here
And human backs become checkers game.
We wouldn’t need masses on Sundays
Just incenses to be brought at the temple
Rice bowls with antenna chopsticks
– Our divine lightning rods.

This would be our last city,
The one after which we would feel no need to move forward:
We would go for picnics where the bridge dives into the sea
Before becoming itself again
And we would have rice paper copies of all our belongings;
We would remember that kids are never to be touched on their heads.

Should you feel lonely, you could just go for a walk to the New Territories
There would always be someone with you, to share the discovery:
A monk, a banker, a maid, a rare animal.

But none of this will happen eventually
No mass extinctions,
Not that fast, at least
No supernovas
What about Champagne, then?
It’s just a Veblen good, definitely overestimated.

It will just be the two of us,
sit on that very isosceles-triangle-shaped rug,

In the dark

While we pretend not to understand each other
And laugh about it
Challenging each other’s leadership on who’s feeling more ‘more or less good’
While the sky
Unprovided with bamboo crutches on that meridian,
Will take us by the occiput
With its portoro hands
A cherub’s cry as only soundtrack and geographical coordinate
Without
Paying us
The over-expected
Attention.

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