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Poesie per Aeroporti e Stazioni

Scritti di Filippo Lubrano (previously "Quanto a lungo riesci a trattenere il fiato")

Mese

agosto 2017

Il Duca di Riomaggiore

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Quant’è vero il mondo, non s’è mai perso una puntata di SuperQuark.

Adora i vernissage, soprattutto per certi salatini agli spinaci.

Detesta gli orinatoi, sostiene che limitino la creatività.

È un tipo silenzioso, solo a tratti s’infervora per cose sue, e allora fa una gran cagnara.

Rispetta i semafori.

Non ha mai fumato una sigaretta in vita sua.

Fa sogni facili da spiegare.

Davanti ad un cielo d’agosto, in genere, alla terza cometa ha finito i desideri.

È fedifrago. Una sera, un tale l’ha visto con 4 compagne diverse nel giro di 6 ore.

Una era nana.

Ha un senso maniacale dell’igiene intima.

Il mercoledì sera, sa che è meglio che stia a casa.

Non è mai stato a Marsiglia, non ha mai letto Freud, non ha mai detto di un artista “sì, lo ascoltavo vent’anni fa, poi è diventato commerciale”.

Ai tatuaggi preferisce le cicatrici, che dice abbiano dietro aneddoti migliori.

Ha un occhio di un colore, l’altro di un altro

Per questo, e per la sua provenienza geografica, certo, lo chiamano:

Il Duca di Riomaggiore.

Sale sui tram un paio di volte al giorno.

Non ha mai il biglietto.

Aveva amici sedicenti stretti.

Una volta, un manipolo di questi lo dimenticò all’autogrill.

Andavano ad Albenga, era un sabato di maggio.

Lui si convinse ci fosse premeditazione.

Da quel giorno, di fatto, smise del tutto di abbaiare.

 

Tornò nel suo quartiere per arterie secondarie,

Rispettando i semafori,

evitando accuratamente gli orinatoi.

Si procurò un paio di cicatrici extra,

per avere qualcosa da raccontare alle sue spasimanti,

compresa Sandy, la barboncina più sexy del Levante Ligure.

Tornò a guardare SuperQuark

Ed a sognare cose semplici

Metafore e metonimie per vite da compiti assegnati:

La cella di un’ape operaia,

il bagnasciuga di un uovo di tartaruga,

la palla di merda di un insetto stercorario.

Fare la guardia ad una villetta a schiera,

ad un faro solitario

ad un camino spento.

Fino a quella sera, in cui, distratto, uscì in centro.

Era un mercoledì.

Non vide mai Marsiglia, non parlò mai di Freud.

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Ogni cosa è lontana

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A vederla da qui

Ogni cosa è lontana

E ogni cosa lontana

Subito si scopre

Necessaria.

Ogni cosa è lontana

La frangetta tagliata a mano nel bagno

Il fiato spaccato dal quinto, ultimo piano

Ogni cosa è lontana

Mentre sorvolo la Mesopotamia

Ascoltando i grandi classici di John Lee Hooker

Giocando a scacchi col computer

Arrocco forte, la regina incastrata.

Ricordi quella volta nella terra dei tricicli?

Mangiavamo con le mani dai grandi piatti di alluminio

E tu scherzavi con le spezie di nascosto

Ogni cosa è lontana, ora

Nei controlli sommari dei grandi terminali

Mentre spruzzo la colonia Acqua di Giò dai dispenser campionari

L’acqua del rubinetto è potabile? Mi chiedevi, dopo averne già bevuto due sorsate

Ogni cosa è lontana

L’abat-jour del tuo lato a cui appendi collane

Il tuo crocifisso laico

 

Ogni cosa è lontana

Dallo scoglio del Tinetto dove cercare i saraghi

Dalle tue correzioni pazienti alla mia raccolta differenziata

Ogni cosa è lontana

E non devo ridere se ora mangeranno la zuppa tenendo i cucchiai rivolti verso la parte concava

Non riderò se li vedrò arrivare con le dita nelle narici l’uno dell’altro

È il costume del loro popolo

Sei un ospite qui, ringrazia prima, ringrazia dopo

Lascia sempre qualcosa nel piatto per far vedere che il pasto è stato abbondante.

Ogni cosa è lontana

L’intimità dei pronomi di due lettere

Le mie dita appese all’arpa delle tue costole

La maniera in cui dividi l’ultimo pezzo nel piatto

Per lasciarmi l’ultimo boccone.

Ogni cosa si misura in pollici di distanza dal neo rosso sulla tua coscia

Potrei mangiare tutto, potrei ridere solo

Se ogni cosa non fosse lontana.

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